I Palù

UN PATRIMONIO NATURALE IN UN PATRIMONIO STORICO-CULTURALE:

I PALU’ TRA LIVENZA E MONTICANO

Proposta di tutela e vincolo A cura del WWF sezione di Villorba (TV) 1-6-1998


INDICE

 

  1. I palù: intreccio di dati storici ed ecologici

Antiquum imo antiquissimum“: i palù beni comunali

1600: lo scorporo dei beni comunali

  1. Oggi: persistenza delle caratteristiche naturalistiche
  2. Struttura ed ecologia dei palù
  3. Unità paesaggistiche di conservazione

Unità paesaggistica A: le Sère

Unità paesaggistica B: i palù

Unità paesaggistica C: le Sàngole

Unità paesaggistica D: le Piane

Unità paesaggistica E: Acqua della Levada, sorgenti e ambito fluviale dell’Albina

Unità paesaggistica F: sorgenti del torrente Aralt

Unità paesaggistica G: Bar de Spin

Unità paesaggistica H: ambito fluviale della Zigana

  1. Proposta di vincolo

Preziosità e fragilità dei palù. Rischi di devastazione

  1. a) Caratteristiche di notevole interesse idro-geologico
  2. b) Caratteristiche di notevole interesse per la storia del paesaggio
  3. c) Caratteristiche di notevole interesse biogeografico e bioclimatico
  4. d) Caratteristiche di notevole interesse morfologico e paesaggistico di non comune bellezza
  5. e) Notevole interesse dell’area ai sensi della Legge n° 1496/1939
  6. Tutelare i palù.

1) Biotopi e toponimi

2) Palù e zone umide: esperienze attuali di tutela in Italia ed Europa

Allegati

Studi:

1– Begotti Pier Paolo, “Aspetti di Storia sociale negli ultimi secoli del medioevo”, in Codognè. Nascita e sviluppo di una comunità trevigiana di pianura tra Livenza e Monticano,pp. 77-82

2– Begotti Pier Carlo, “Saggio introduttivo alla toponomastica codognese”, in Codognè. Nascita e sviluppo di una comunità trevigiana di pianura tra Livenza e Monticano, pp. 5-21

3– Della Bella Giuliano, “Codognè: territorio ed ambiente”, in Codognè. Nascita e sviluppo di una comunità trevigiana di pianura tra Livenza e Monticano,pp. 609-630.

4– Passolunghi Pier Angelo, “L’insediamento agricolo di Santa Maria di Follina in Codognè”, in in Codognè. Nascita e sviluppo di una comunità trevigiana di pianura tra Livenza e Monticano,, pp. 59-76

5– Pitteri Mauro, “Il “Paludo” comunale di Codognè e la sua riduzione a coltura”, in Codognè. Nascita e sviluppo di una comunità trevigiana di pianura tra Livenza e Monticano,pp. 171-188

6– Pitteri Mauro, “Alle radici della crisi agraria del coneglianese durante la dominazione veneziana: lo scorporo seicentesco dei beni comunali” in Storiadentro , n° 5-1989, pp.8-32.

7– Pitteri Mauro, “Il regime fondiario del Coneglianese a metà ‘700” in Storiadentro 3. Alcuni aspetti del Settecento nel Trevigiano e nel Coneglianese”, Conegliano 1980, pp.101-120

8– Pitteri Mauro, “L’utilizzazione del suolo nel Coneglianese del ‘700” in Storiadentro 3. Alcuni aspetti del Settecento nel Trevigiano e nel Coneglianese”, Conegliano 1980, pp. 121-163.

9-WWF Sezione di Villorba, Un’intero sistema di risorgive alberato sepolto dall’autostrada, Uno studio di impatto ambientale sull’autostrada A28 Conegliano Pordenone- Estratto

10– Zanussi Marisa. Tracce di romanità nel territorio di Codognè. Un caso di sovrapposizione centuriata, in Codognè. Nascita e sviluppo di una comunità trevigiana di pianura tra Livenza e Monticano,pp.23-58

Carte storiche

– Carta del Regno Lombardo-Veneto, 1833

– Carta IGM, rilievo 1890, aggiornamento del 1932

– Archivio Stato Venezia, Miscellanea Mappe, dis.144

– A.S.Venezia., Provveditorato Sopra i Beni Comunali, busta 230, anno 1605

– A.S.Venezia, Provveditorato Sopra i Beni Comunali, busta 177

-A.S.Venezia, Provveditorato Sopra i Beni Comunali, busta 177, disegno di Stefano Segato 1688

– A.S.Venezia, Provveditorato Sopra i Beni Comunali, busta 177, fascicolo Codognè, disegno del perito Banvenuto Bardin del 1669

– A.S.Venezia, Provveditorato Sopra i Beni Inculti, TV M. 10/A dis.1, disegno di Francesco Cuman del 1689.

Estratti di cartografia con individuazione delle zone interessate

TAVOLA 1, Aree di cui si propone il vincolo, (su base Carta Tecnica Regionale 1:10000)

TAVOLA 2, Aree di cui si propone il vincolo, (su base Carta Tecnica Regionale 1:10000)

– Piano Regionale di Risanamento delle Acque. Scelte di Piano, Tav.3.1

– Piano Regionale di Risanamento delle Acque. Aree tributarie dei principali corpi idrici, tav.

– Piano Regionale di Risanamento delle Acque. Carta Piezometrica dell’acquifero principale.

– Carta delle Unità Geomorfologiche del Veneto

– Carta Idrografica Consortile

 

Documenti

– Biotopi dei Palù protetti in Trentino Alto Adige

– Strategia Paneuropea per la Conservazione della Diversità Biologica e del Paesaggio

– Documento PEGASO

– Inventario Federale delle zone palustri (Svizzera)

 

 

I PALU’: INTRECCIO DI DATI STORICI ED ECOLOGICI

La zona descritta in questo studio e per la quale si chiede un vincolo di protezione e salvaguardia, è la zona localmente detta “i palù”, secondo un significativo toponimo (con altre particolari varianti locali, come vedremo) che indica un particolare paesaggio agrario originatosi da un ‘antica originaria palude, collocato sulla fascia delle risorgive tra Monticano e Livenza, nel territorio dei Comuni di S. Vendemiano, S. Fior, Godega S. Urbano, Codognè, Orsago (provincia di Treviso) e caratterizzato da un fitto reticolato di corsi di risorgiva alberati da filari di siepi, due considerevoli elementi presenti in tale misura da caratterizzare queste zone come zone umide e boscate, di particolare valore culturale, ecologico ed estetico. La natura paludosa di questo territorio, insieme ad altre caratteristiche ecologiche che esamineremo più dettagliatamente nel corso della relazione, è stato il dato di partenza sul quale si è basata la secolare gestione di questo territorio di non facile domesticabilità, data l’imponente presenza dell’acqua, i fenomeni di ristagno ed esondazione, il rigoglio della vegetazione.

Nelle carte IGM attuali ben 5 volte è ripetuto in successione il toponimo palù, segnando con queste diciture un’area non indifferente per ampiezza e caratteristiche peculiari, confermata da un corollario di altri microtoponimi, quali “fontane“, “Sère” (Typha latifolia), “Sàngole“, “bar de spin” (siepe di spine), “camòi” (campi umidi, molli), “bosco“, che fanno tutti riferimento agli elementi caratteristici delle zone umide (fig. 3, carta dei toponimi).

L’excursus storico che ora presenteremo ci mostra come proprio questo dato ecologico forte nel corso dei secoli sia stato gestito in maniera particolare dagli abitanti locali, che hanno gestito i palù creando:

1) un fittissimo reticolo di rogge e fossati,

2) campi chiusi da alberature e fasce boscate

3) sopraelevatura dei campi con la tecnica cosiddetta dei “campi a schiena d’asino”

4) gestione di vaste praterie.

Tali segni permangono visibili ancora oggi, insieme all’integrità della zona non ancora infrastrutturata, a segno di un patrimonio ecologico che oggi ereditiamo da una lunga gestione storica e culturale.

 

Esistono numerose testimonianze archivistiche e di letteratura storica che parlano del territorio dei palù, tra Monticano e Livenza, territorio in cui la presenza dell’uomo, dentro o ai bordi dei palù, è documentata fin dal Neolitico (cfr. allegato n°2, n°3, n° 10 pp-48-56 e fig. n° 1), per cui i palù qui in considerazione sono parte di un’ampia rete di insediamenti dell’uomo preistorico rinvenuti proprio in questo tipo di siti, (tracce di insediamenti di epoca preistorica, con presenza di manufatti litici sono state segnalate a sud dell’abitato di Bavaroi, Orsago, dal Consorzio di Bonifica sinistra Piave, Piano Generale di Bonifica, pag. 220).

Questa è stata dunque la prima relazione dell’uomo con questi luoghi.

La successiva e più importante modificazione del paesaggio è rappresentata dalla sistemazione agraria compiuta dai romani attraverso la centuriazione (allegato n°10 e fig. 2). Dopo la caduta dell’Impero Romano e per tutto l’Alto Medioevo, si verificò nel territorio un generale dissolvimento dell’organizzazione territoriale e un generale rinselvatichimento della zona, riconquistata da vegetazione spontanea, boschi e paludi.

Un periodo di rinnovamento e di promozione segue con la presenza in zona dei monaci cistercensi, specialisti nella rinascita di terreni abbandonati acquitrinosi, la cui prolungata presenza nella zona è ampiamente documentata (cfr. allegato 4).

 

Il quadro storico-documentario che presentiamo di seguito si concentra invece su un periodo storico estremamente significativo per le vicende dei palù, il XVII secolo, periodo utile a comprendere la situazione ecologica e storica dei palù sia nelle epoche precedenti il ‘600 che nelle epoche successive, permettendoci di capire come, trasformandosi e conservandosi, i palù siano giunti fino a noi in epoca attuale. Per comprendere tali passaggi il XVII secolo costituisce il periodo cruciale e il più ricco di testimonianze anche cartografiche.

Il quadro che presentiamo è una sintesi di documenti, carte storiche e testi che sono allegati.

 

 

“ANTIQUUM , IMO ANTIQUISSIMUM”: I PALU’ BENI COMUNALI

 

Il territorio di cui ci occupiamo in questo scritto, ha una chiara e sicura origine da ampie zone paludose, prative, surtumose e boscose seguite al periodo glaciale (Allegaton°3, pag. 609 e segg.). La copertura vegetale di nuova costituzione sui terreni ghiaiosi e sabbioso-argillosi di recente formazione (generati sia da alluvionamenti ed erosioni del Piave che attraversava queste zone con ampie divagazioni, sia dai corsi d’acqua minori, spesso a carattere torrentizio, e da quelli nati da risorgive che hanno caratterizzato, con la loro azione, situazioni locali), si può presumere fosse costituita da un’associazione vegetazionale a Querco-Carpinetum tipico del clima medio europeo planiziale umido, costituita da una foresta mista a farnie, roverelle, carpini, e frassini, sostituita tuttavia, lungo i numerosi corsi d’acqua dal bosco igrofilo a salici, pioppi e ontani e da paludi con cannuccia d’acqua (Phragmites), mazzasorda (Typha) e nelle zone più profonde, dal lamineto o dal nufareto (allegato 3, pag. 610 e seg.).

 

Ancora all’inizio del XVI secolo, paludi e acquitrini occupano gran parte del territorio compreso tra il Meschio e il Monticano, solo interrotti qua e là da pascoli e boschi.

“Queste terre ancora incolte erano di proprietà pubblica e venivano sfruttate dai residenti dei villaggi limitrofi ossia Codognè, Cimetta e Roverbasso; ma anche Bibano, S. Fior, Bavier e Pianzan, centri delle Podesterie di Portobuffolè, Sacile, Conegliano e Serravalle. In questa congerie di confini era difficili stabilire ove terminassero le giurisdizioni dei vari villaggi e così tutti quei sudditi avevano il diritto di sfruttare in comune le risorse che la palude poteva offrire.

Nello Stato di Terraferma, ma specie nella Trevisana, la Repubblica di Venezia aveva rivendicato a sé il diretto dominio di tutti i terreni destinati ad uso pubblico, lasciandone però l’usufrutto perpetuo a quelle comunità di villaggio che da sempre vi avevano condotto al pascolo i propri animali o vi avevano tagliato legna ed erba. Nel Veneto questi fondi prendono il nome di beni comunali e non possono essere ridotti a coltura, ma devono rimanere a pascolo e a bosco” (M. Pitteri, Il “paludo…”, allegato n° 5, pag. 171) I luoghi di cui si parla ampiamente in questo importante articolo dello storico Mauro Pitteri e negli altri documenti che ora citeremo, sono proprio i cosiddetti palù tra Monticano e Livenza (rappresentati nella figura 4). Utilizzeremo quindi ampiamente lo scritto dello studioso M. Pitteri (allegato n° 5) perche, benché sia stato costruito per illustrare la storia del Comune di Codognè, parla ampiamente (come anche altri articoli, allegati n° 1-2-3-4-5-10) proprio della zona oggetto del nostro studio, che si colloca a cavallo con il Comune di Codognè.

Sui modi d’uso dei beni comunali, invece, rimandiamo agli allegati n° 6, 7 e 8, sempre dello studioso Mauro Pitteri.

 

E’ a partire da questo quadro storico-geografico che si comprende la natura profonda dei palù di cui qui si tratta: la loro caratteristica è infatti quella di un particolare intreccio di natura e storia: una natura particolare e difficile, quella paludosa, e una storia conseguente e intrecciata alla natura, quella della gestione collettiva e comunitaria dei luoghi paludosi e di confine tra vari paesi .

Come afferma lo storico P.C. Begotti, “le vicende storiche successive hanno portato ogni villaggio a gravitare attorno a differenti centri di aggregazione, ma l’antico legame è rimasto proprio nel possesso collettivo di quei boschi e di quelle paludi” (P.C. Begotti, Aspetti di storia sociale negli ultimi secoli del Medioevo, allegato n° 1, pag. 78-79). Le paludi, infatti, come un’ampia e recente letteratura anche straniera ha portato alla luce (C. Merchant, La morte della natura, Thompson, Whigs e cacciatori, A. Zagli Risorse collettive, ecc) costituivano una risorsa economica complementare non indifferente per la popolazione locale che vi praticava la caccia, la pesca, la raccolta di legname e frutti selvatici, di strame e di erbe palustri per vari tipi di impaglio o per la costruzione dei tetti delle case, e infine i pascolo per vari tipi di animali. “L’incolto serviva per la rotazione delle coltivazioni o anche quale riserva per pascolo, sfalcio o nuove prevedibili arature” (P.C. Begotti, allegato n° 1, pag.79). Si vedano, ancora nell’articolo di Pitteri, le frequenti suppliche delle popolazioni locali e dei loro rappresentanti di comunità per la conservazione dei beni pubblici collettivi usati per il pascolo (M. Pitteri, allegato n° 5, pag. 171-172).

 

La datazione della gestione collettiva di queste risorse può essere fatta risalire al periodo alto medievale: in un importantissimo documento del 1351 si legge che in tale data i rappresentanti di Campocervaro, Cimetta, Zoppè e S. Fior di Sotto chiesero il rinnovo di un’investitura feudale su alcuni beni comuni, che le loro instrumenta facevano risalire al 1298, su una delega che era stata rilasciata dai “comuni e dagli uomini” dei loro villaggi. Il feudo è detto antiquum, imo antiquissimum, che nella terminologia dell’epoca significava “oltre la memoria umana” (P.C. Begotti, allegato n° 1, Aspetti di storia sociale negli ultimi secoli del Medioevo, pag.77). L’autore fa risalire questa antichità del “ricordo umano” ad atti regi ed imperiali di delega risalenti ad almeno 4 secoli prima, fino al diploma di Ottone del 6 agosto 962 (P.C. Begotti, allegato n° 1, Aspetti di storia sociale negli ultimi secoli del Medioevo, pag. 78). L’atto del 1351 chiarisce anche il significato del toponimo “Cimavilla: ” la palude e il bosco, essendo beni comunitari incolti, non erano stati in alcun modo urbanizzati, se si escludono quelle poche opere (sentieri, viottoli, capanni ecc.) indispensabili per il loro sfruttamento economico. Ai margini cominciavano a esserci campi, prati, strade, case, segni inequivocabili della presenza di strutture costituenti un centro rurale: in una parola, l’inizio, l’estremità, il capo del villaggio o, in altri termini, la cima della villa” (C. Begotti, allegato n° 2, Saggio introduttivo alla toponomastica codognese, pag. 7).

A testimonianza della natura originaria paludosa e collettivamente gestita, altri numerosi e coerenti indizi si offrono. In via Fontane-Palù, a Zoppè, un piccolo gruppo di case, ancora nel 1800 è indicato come “case del Comune” (in carte più recenti denominate come “casère”), cioè insediate nel mezzo di terre di uso collettivo. Una “via Palù” si trova ancora a S. Vendemiano e una “Via palù” è a S. Fior di Sotto, oltre ad alcuni microtoponimi come “le Prese”, che indicano ancora l’antica presenza dei Beni Comunali (vd.per es. San Fior, Il Leggicittà, ed. 1995/96), o “Le Comune”, in Comune di Godega.

Un altro indice di insediamenti ai margini di un luogo incolto si ha nella denominazione medievale di una località limitrofa alla palude, denominata Villanova, (Campocervaro, 1282, cfr. P. C. Begotti, allegato n° 2, Saggio introduttivo alla toponomastica codognese, pag. 14), mentre i possedimenti benedettini nella zona erano definiti “beni del monastero di Sanae Vallis (P. A. Passolunghi, allegato n° 4, L’insediamento agricolo di S. Maria di Follina in Codognè, nota n° 9, pag. 68), secondo un tipico procedimento della inculturazione benedettina, che ridenominava con nomi augurali proprio le zone palustri nelle vicinanze dei quali si insediavano i monasteri dei monaci che in seguito si applicavano alle sistemazioni idrauliche dei territori paludosi (cfr. L. Ghizzo, Gruppo Romit, Il paesaggio agrario della pianura centro-occidentale, Crocetta del Montello, 1987).

Il contratto del 1282 di acquisto di beni da parte del Monastero di Follina in località Capocervaro, documenta la presenza certa di terra communis confinante con le terre di recente acquisizione da parte del monastero (P.A. Passolunghi, L’insediamento agricolo…allegato n° 4, pag. 59 e pag 62-68), di terra “guarbe” cioè disabitate, incolte, non ancora dissodate, e di terreni palustri che confinavano con l’ampia palude, da Campocervaro in direzione di Zoppé, e cioè dietro la loro “granza”, palude quod est comune habitatoribus monasterii de la Folina (P.A. Passolunghi, L’insediamento agricolo…, allegato n° 4, pag. 62 e seguenti).

 

Per quanto riguarda la ricchezza idrografica del territorio, essa è documentata fin dall’epoca medievale. Il catasto dell’Abbazia della Follina che in zona aveva vari possedimenti spezzettati, documenta inequivocabilmente la presenza delle acque ancor oggi presenti nel territorio, e della palude stessa entro la quale l’abbazia aveva dei possedimenti, a complementarietà delle proprie “granze” site in vari luoghi del limitrofo comune di Codognè (allegato n° 4, pag. 62 e seg).

 

Ancora nel 1609, il podestà-capitano di Conegliano, Marco Magno, scriveva: “V’è l’acqua di tre fontane, che nascono nelle ville di San Fior, Zoppè, et Cimetta di questo territorio, quali unite insieme fano un’aqua piacevole, che poi finisse nel Monticano, sopra quest’aqua nella sudetta villa di Cimetta si ritrovano rode otto di mollini” (Archivio Stato Venezi, Collegio, “Relazioni” b.40, 1 agosto 1609. Cfr. anche allegato n°2, pag. 9-10). L’acqua di cui si parla è il Ghebo; testimonianze dei numerosissimi mulini, installati proprio nelle acque di risorgive che in questi territori venivano alla luce e che poco più a sud confluivano in corsi di notevole portata, sono presenti ancora oggi (cfr. per es. località Molino di Sopra, adiacente i palù, figura 3 o 4, e cfr. Pitteri M., allegato n° 5, pp. 186-187, dove si riportano disegni di mulini del 1600).

 

Un’altra importantissima zona di beni comunali era situata ad est della zona dei comunali citata: si tratta del grande appezzamento definito “èl palù mazor“, il palù maggiore, le cui vicende storiografiche dettagliate si possono seguire nell’interessantissimo scritto di Mauro Pitteri, Il paludo comunale di Codognè e la sua riduzione a coltura , secoli XVI-XVII (allegato n°5) e nelle importantissime cartografie storiche allegate.

Nel 1605, la Repubblica ordina il censimento di tutti i Beni Comunali del Trevisano e del Friuli. Il risultato dell’operazione è dato da una serie di mappe che rappresenta la più antica rilevazione cartografica di una certa sistematicità del nostro territorio (A.S.V., Provveditore Sopra Beni Comunali, bb.266-274-280).

Parte dei Beni Pubblici era stata “scorporata”, privatizzata o usurpata nel corso dei secoli XV e XVI e quindi, pur essendo di notevole estensione, ciò che viene censito nel 1605 è il frazionamento di un vero e proprio antico latifondo riservato all’uso pubblico e destinato al pascolo, al bosco e alla palude. Infatti il “palù mazor” di Codognè (M. Pitteri, Il paludo…, pag. 175) mediante un’acqua oggi comparsa, la Frattuzza, confinava con i beni comunali di Cimetta e con un altro corpo comunale chiamato anch’esso “palù mazor” sito a S. Fior di Sotto. Ampio altri 100 ettari e con un bosco di roveri, di 25 ettari (un esteso campo denominato “èl camp dei rori” è rinvenibile a Zoppé, a memoria degli anziani del luogo), riservato alla Repubblica per la sua cantieristica in arsenale. A sua volta il “palù mazor” di S. Fior di Sotto era unito dalla Regia strada Ongaresca a una vasta estensione di Pascoli Pubblici, il Campardo, ampia nel 1605 circa 600 ettari, compresa fra Godega, Pianzano, Baver, Orsago, Colle,Castel Roganzuolo, e S. Fior di Sopra. Per poi proseguire in terra coneglianese verso Cimetta e Zoppé, ricongiungendosi più a sud ai vasti pascoli di Mareno, Soffratta, Tezze e Vazzola (A.S.VE., Miscellanea Mappe 349).

Nel secolo XVI, nelle carte del Consiglio dei Dieci (Archivio di Stato di Venezia, Cons. X, Comuni, reg.12, cc.21-26, giugno 1537) si parla di un conflitto tra le comunità di S. Fior e quelle di Cimetta per il riscatto di beni già comunali, per un valore di 4.000 ducati ed un’estensione di 320 campi.

 

Siamo già dunque di fronte a un latifondo superiore ai 1000 ettari senza soluzione di continuità, visibile ancora in mappe del primo Ottocento (G. Marson, Il fiume Livenza, Treviso-Canova 1997).

Ma ancor più ampio, nei secoli precedenti, come testimoniano i numerosi coltivi che hanno come toponimo “al Campardo” o “al Palù” registrati di proprietà privata negli Estimi Trevisani (A.S. TV, Estimo 1540-46). E come dimostra la chiesa di S. Bernardino, costruita nel 1461 “in bocca al Campardo”, nei cui pressi si svolgeva un grande mercato settimanale di bestiame (A.S.VE, Provveditore sopra Beni Comunali, b. 180).

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1600: LO SCORPORO DEI BENI COMUNALI

 

“Pascoli, prati e in misura minore, boschi comunali assumono un’importanza decisiva per l’economia di questi villaggi. Grazie ai fondi pubblici, anche la parte più povera della popolazione riusciva a ricevere qualche beneficio, affittando, se non altro, la presa d’erba ricevuta o allevando qualche pecora. E prosperava una classe di ricchi mazieri, conduttori di buone aziende e allevatori di un cospicuo numero di animali che potevano stabulare grazie ai prati pubblici: Per quasi tutta la prima metà del Seicento perdurerà la situazione di relativo benessere delle ville coneglianesi: ma a partire dal 1647, la Repubblica farà valere i suoi diritti di proprietà, iniziando gli scorpori dei beni comunali per finanziare le guerre contro i Turchi. […] Così, nel 1647 il Senato veneziano decreta le alienazioni dei beni comunali” (Pitteri, allegato n° 6, pag. 14).

Lontane vicende e lontani conflitti, fanno dunque sentire pesantemente i loro effetti su queste contrade locali e sui palù in questione. L’articolo di M. Pitteri sul “paludo mazor” (allegato n°5), descrive minuziosamente la vicenda della riduzione a coltura di questi beni comunali.

Nel giro di un secolo e mezzo, la rotazione grano-mais soppianterà i pascoli dei beni comunali, sostituendo colture prative con coltivi aratori. “Proprio l’estensione dei coltivi toglie spazio all’allevamento bovino, che è invece l’unico modo per avere quel letame necessario al ristoro dei seminati. Siamo di fronte ad un evidente circolo vizioso che non tarderà a far sentire i suoi effetti negativi e che è fra i motivi principali della crisi che attenaglierà le campagne venete del XVII secolo” (M. Pitteri, “Il Paludo …, pag. 180).

Si avvia alla conclusione, quindi, il periodo quasi millenario di gestione comunale dei palù, che saranno tutti privatizzati nei secoli successivi.

 

 

OGGI: LA PERSISTENZA DELLE CARATTERISTICHE NATURALISTICHE

I palù sono costituiti dunque da una componente di origine naturalistica (la presenza dell’acqua e delle risorgive, della palude, della vegetazione folta) e da una componente antropica e storica (gestione collettiva e comunista-comunitaria). La comprensione di questo particolare paesaggio, dunque, deve necessariamente prendere in considerazione i due elementi (naturale e antropico) dei quali i palù sono costituiti. Come si vedrà dalle descrizioni delle unità paesaggistiche di conservazione (cioè dove maggiormente sono conservate le caratteristiche dei palù), gli elementi di rilievo sono costituiti sia da elementi naturalistici che da segni dell’intervento dell’uomo attraverso regimazione dell’acqua, appoderamenti a schiena d’asino, costituzione e gestione dei filari di siepi, conservazione di un territorio senza interventi abitativi o infrastrutture per l’insediamento ecc.

Non è infatti un caso che proprio i palù, derivati da un’antica originaria palude, siano stati gestiti fino al ‘600 come beni comunali: questa gestione infatti si è imposta per lunghissimi secoli, nonostante il mutare delle economie, proprio in virtù delle caratteristiche della zona. Eccessi d’acqua, facili esondazioni, difficoltà di tracciare confini stabili sul terreno, difficoltà nel praticare l’aratura, hanno fatto sì che si riconoscesse come maggiormente conveniente la gestione collettiva di queste zone, gestione che ottimizzava le possibilità storiche-economiche ( necessità di pascoli e di legname) e quelle naturalistiche (abbondanza d’acqua, terreni argillosi di difficile aratura ecc,). Per secoli il “sapere locale” ha praticato e difeso la gestione collettiva dei palù, come il miglior modo per utilizzare risorse “difficili” e nello stesso tempo conservare queste risorse stesse e valorizzarle per la loro specificità. Praterie, siepi e fasce arborate, frequentissimi corsi d’acqua naturali o artificiali (73 corsi d’acqua in 13 Km), campi bombati a schiena d’asino, sono presenti ancora oggi in queste zone, e le loro caratteristiche si fanno più evidenti proprio là dove maggiormente evidenti sono le caratteristiche naturali.

I palù che oggi noi abbiamo ereditato costituiscono un patrimonio naturale prodotto da questa particolare gestione storico-culturale durata secoli. Se oggi non esistono più le gestioni collettive della zona, esiste il patrimonio naturalistico nel quale questa gestione è stata tradotta, espressa e conservata per molti secoli e che è giunta a noi ancora ricca delle sue maggiori salienze.

La conservazione del toponimo stesso è il primo e fondamentale segno di questo intreccio di patrimonio storico-culturale e naturalistico.

La conservazione di questo paesaggio è conservazione anche di una parte importantissima della nostra storia. Il particolare intreccio di storia e natura in questo luogo è un nodo essenziale per la pensabilità delle risorse per il nostro futuro. E’ in questi luoghi che si misura la conservazione della biodiversità e che si propone alla civiltà presente e futura un argine alle monoculture della mente e dei sistemi ecologici .

 

 

STRUTTURA ED ECOLOGIA DEI PALU’

Prima di passare alla descrizione delle zone che si propongono a vincolo, vogliamo illustrare attraverso uno schema, la struttura ed il funzionamento dei palù (FIGURA 5 e FIGURA 6). Come si vede chiaramente, i palù sono costituiti da campi di varie dimensioni, contornati da fossati o da fossi di risorgiva (soprattutto in queste zone di risorgiva), campi generalmente “chiusi” ( da cui la definizione, non condivisa da tutti gli storici, di “campi chiusi”) da alberature e siepi stratificate su tre livelli (basso-medio-alto fusto). I campi sono spesso praterie stabili, e nei luoghi dove sono stati arati sono generalmente costituiti con la caratteristica forma a schiena d’asino funzionale allo sgrondo delle acque e all’alleggerimento dei pesanti terreni argillosi della zona.

Il susseguirsi nello spazio di questa struttura, genera un reticolo continuativo di corsi d’acqua e di alberature (alberature tali per cui si può parlare di formazioni di “bocage“) senza soluzione di continuità (vedere cartografia allegata, TAVOLE 1 e 2). Tale struttura si è dimostrata per secoli la più idonea al miglior sfruttamento, conservazione e rigenerazione delle risorse di questo luogo.

Questo paesaggio comprende gli habitat caratteristici delle risorgive, che si possono sintetizzare in tre fasce concentriche (secondo lo schema di Poldini, 1971): la vegetazione relativa alle zone permanentemente sommerse; la vegetazione dei prati acquitrinosi; infine quella dei prati umidi caratterizzata da elementi xerici accanto a specie tipicamente idrofile. Si annoverano poi gli habitat ripariali e retroripariali, gli habitat costituiti dalle siepi vive e quelli delle fasce boscate; infine alcuni importanti prati stabili mai arati.

L’allegato n° 9, elenca le specie vegetali di cui questo territorio è dotato, dimostrando che lo spettro di specie presenti, pur non presentandosi del tutto omogeneo, comprende la totalità delle essenze tipiche della siepe spontanea, annoverando esemplari arborei altrove assai rari come Corniolo, Viburno, etc….

Le emergenze floristiche sono costituite quindi dalle specie caratteristiche del bosco freddo e dei prati umidi, tra cui alcune orchidee (Listera ovata L.), che si conservano nelle fasce prative ai margini anche di colture che fanno uso di diserbanti e pestici.

Le specie faunistiche elencate nello studio WWF 1990, sono da integrare con quelle elencate da G. Della Bella, allegato n°3.

 

 

UNITA’ PAESAGGISTICHE DI CONSERVAZIONE

 

Unità paesaggistica A: le Sère

Questa zona prende il nome dalla denominazione locale della typha latifolia , detta appunto sèra-sère, tipica pianta di palude che ancora spunta nei corsi d’acqua e ai margini dei campi.

E’ un’unità paesaggistica racchiusa tra due strade, l’omonima Vicolo Sere e Via Adige, delimitate entrambe da corsi d’acqua e alberature.

Zona conservativa, caratterizzata da elevato frazionamento fondiario e piccolissima proprietà legata a trasmissioni ereditarie riservate almeno da due secoli quasi esclusivamente ai residenti del borgo storico adiacente (vincolato dal PRG), di cui le Sère costituiscono la campagna retrostante, tanto che l’unico accesso al cuore di questa zona è possibile attraversando la corte comune di proprietà collettiva degli abitanti del borgo.

Questa zona si segnala per la conservatività mantenuta e per la varietà degli ambienti presenti. Vi si ritrovano infatti tutti gli elementi citati in questo studio per i quali si richiede la protezione: polle risorgive, corsi d’acqua di risorgiva, di cui due di notevole interesse per la portata d’acqua, con numerosa e ricca flora acquatica tipica degli habitat di risorgiva (presenza anche del Myosotis e di orchidee e altre specie tipiche del prato umido). La zona è interamente interessata da un reticolo di siepi che racchiudono i campi senza soluzione di continuità, e vi è presente anche il più bell’esemplare di campo chiuso, gestito a prato mai arato. Le siepi in vari punti sono talmente folte da costituire fasce boscate piuttosto ampie. Sono presenti prati stabili e residui di praterie più ampie soprattutto lungo i corsi d’acqua. Si rinvengono zone umide accentuate con ristagni ed esondazioni.

I campi, anche quelli di recente aratura, conservano la struttura bombata.

Si rinviene fauna altrove rara e si è documentata anche la nidificazione dell’upupa.

Sono presenti esemplari di olmi, cornioli, viburni, frassini.

Questa zona delle Sère era contigua fino a pochi anni fa (anni ’70) ai limitrofi palù, ai quali si accedeva per una carrareccia. Oggi le due zone sono separate dalla zona industriale collocata nei palù di S. Vendemiano.

Per questa zona si segnalano 3 punti salienti, che conservano le caratteristiche più evidenti

1) praterie denominate localmente “le fontane”, con notevoli polle di risorgiva, in prati umidi, che danno origine ad un importante corso di risorgiva dalle spiccate caratteristiche di naturalità: sinuosità del corso, ampiezza e profondità di portata, alberature laterali, fondo sabbioso (foto).

2) caratteristico campo a doppia bombatura, con doppio filare di salici alti capitozzati situati tra le due elevature del campo.

3) boschetto di Villa Vettori

 

Unità paesaggistica B: i palù

E’ un sistema paesaggistico complesso e di notevole interesse. Presenza di un fitto reticolo di corsi d’acqua, in gran parte di risorgiva, sui quali insistono alberature ,spesso su entrambi i lati e spesso di notevoli dimensioni, tra le quali si rinvengono ancora presenze degne di nota di querce, tipiche dell’ambiente della foresta planiziale originaria.

Flora e fauna tipiche delle zone di risorgiva, con presenza anche di stazionamenti di aironi e tartaruga palustre. I campi presentano spesso la caratteristica bombatura a schiena d’asino, alternando così depressioni ed elevazioni del suolo.

E’ questa la zona dove si conservano le praterie più ampie (foto). Al confine con la zona detta Sàngole, lungo il corso d’acqua del Ghebo, si trovano ampie distese di prati stabili di estremo interesse paesaggistico ed ecologico, su terreni spesso torbosi e surtumosi. Procedendo verso sud est la portata d’acqua si arricchisce ancor di più fino a giungere alla zona del “Mulino di sopra” effettivamente dotata di un mulino, a testimoniare la ricchezza d’acqua di questa zona.

Si segnalano in particolare i seguenti punti salienti:

4) zona detta “le fontane“, con notevole portata d’acqua dei corsi di risorgiva, incassati nel territorio contermine. Area di notevole interesse paesaggistico.

5) la “Fossa storta”, corso di risorgiva sinuoso, particolarmente ricca d’acqua e con alberature notevoli (presenza della quercia, di notevoli dimensioni). Fauna notevole.

6) residuo della palude originaria, con ampi specchi d’acqua paludosa, salici arborei, essenza tipiche degli ambienti paludosi.

7) fascia boscata.

 

Unità paesaggistica C: le Sàngole

Zona di grande interesse paesaggistico, per le notevoli praterie lungo il Ghebo, le fasce boscate, il reticolo di siepi che costituiscono campi chiusi, spesso di ridotte dimensioni, alternandosi con le ampie dimensioni delle praterie. Terreno particolarmente surtumoso ed umido, dal caratteristico colore nero, da cui si dice provenire il nome locale della zona, appunto Sàngole o sangue, per la terra scura come il sangue.

Notevole fauna e flora tipica delle zone umide e boscose; fitto reticolo di corsi d’acqua.

Paesaggio agrario intatto (foto).

Nella parte a nord e ad est ci sono scorci di notevole interesse paesaggistico, caratterizzati da campi a schiena d’asino, campi chiusi alberati, carrarecce, scoline ricche di erbe palustri.

 

 

Unità paesaggistica D: le piàne

Zona contigua alle Sàngole, dove i campi prendono una caratteristica forma rettangolare molto allungata, segno degli antichi possedimenti collettivi (foto). Fossi e alberature sui lati lunghi. Paesaggio agrario integro, presenza di archeologia agraria con qualche vigneto maritato a gelsi.

 

 

Unità paesaggistica E: sorgenti e ambito fluviale dell’Albina

Le sorgenti dell’Albina, dove confluiscono varie risorgive e si diparte il corso dell’Albina, sono ricche di acqua e della consegunete flora e fauna tipica degli ambienti umidi, tanto che vi si rinviene un capanno di cacciatori, evidentemente collocato in una zona di notevoli presenze animali (aironi, tartarughe palustri). Il corso d’acqua ha una ampiezza considerevole, e nel punto della sorgente vi è presente un caratteristico isolotto formato da specie palustri (Carex spp). Ceppaie di notevoli dimensioni. Il corso dell’Albina prosegue con interessanti sinuosità del corso e presenza per lunghi tratti di fascia alberata.

 

 

Unità paesaggistica F: sorgenti del torrente Aralt

Ambiente caratterizzato da corsi d’acqua, sorgenti, presenza botaniche e zoologiche tipiche delle zone umide. Sistema di delicato equilibrio tra ambiente antropico e sistemazioni agrarie.

 

 

Unità paesaggistica G: bar de spin

Unità di interesse paesaggistico, abbassamento sul piano di campagna, paesaggio agrario integro, solcato da carrarecce, con presenza di siepi. Zona di ritrovamenti archeologici (vedere allegato n°2), che si prolunga verso sud fino a Cimetta e Codognè.

Unità paesaggistica H: ambito fluviale della Zigàna

L’andamento sinuoso della Zigana ha creato aspetti paesaggistici degni di nota, con densa alberatura ai lati del corso d’acqua. Notevole presenza di acqua e vegetazione acquatica. Abbassamento sul piano di campagna. Prati stabili mai arati nella zona a sud est.

 

 

PROPOSTA DI VINCOLO

 

 

PREZIOSITA’ E FRAGILITA’ DEI PALU’. RISCHI DI DEVASTAZIONE

L’area in oggetto, i palù, si estende tra i fiumi Monticano e Livenza, sulla fascia delle risorgive, tra i paesi di S. Vendemiano (TV) e Sacile (PN), e insiste sul bacino idrografico del Livenza, fiume di risorgiva di rilievo nazionale (Legge n° 183/89, sulla difesa del suolo).

Da un punto di vista paesaggistico, naturalistico, idrogeologico e vegetazionale, la zona si presenta dotata di una sua forte originalità e diversità rispetto alle zone contermini, originalità dovuta proprio alla collocazione sulla fascia delle risorgive e alla gestione storica che nei secoli si è fatta di questa zona, come si desume dalla scritto sulle stratificazioni storiche di questo paesaggio.

L’originalità di questo paesaggio emerge dalla denominazione toponomastica locale che denomina con palù o con significative varianti locali di questo toponimo, (quali Sère, Sàngole, bar de spin, fontane, prese, ecc. ) un vasto ed omogeneo territorio tra Monticano e Livenza .

L’assoluta preziosità di questo paesaggio consiste nel particolare intreccio del patrimonio naturale ricco di acqua e vegetazione, con le vicende storiche e gli interventi dell’uomo in queste zone, interventi improntati fino ad oggi all’obiettivo dell’ottimizzazione dell’uso di risorse di un tale difficile ambiente senza snaturarne le componenti di carattere ecologico. Tale ambiente ha conservato infatti fino ad oggi la ricchezza del reticolo d’acqua, la presenza delle polle di risorgive, il susseguirsi delle alberature senza soluzione di continuità, la conformazione a schiena d’asino degli appezzamenti colturali.

Un’altra fondamentale caratteristica di questo paesaggio è la vastità di area ancora libera da infrastrutture, area non urbanizzata e priva di insediamenti di qualsiasi tipo. Le stesse strutture viarie che sono presenti si riducono a carrarecce non asfaltate, a viottoli che si perdono nella campagna, dando alla zona la struttura di un labirinto. Tale caratteristica è immediatamente percepibile visivamente e sensorialmente all’avvicinarsi a questa zona, rispetto alle zone contermini. Qui infatti si misura concretamente la depressione altimetrica di questa zona, avvallata rispetto ai territori contermini (vedere FIGURA 6), la presenza imponente di praterie e campi liberi da insediamenti e infrastrutture, la presenza continua di corsi d’acqua e di alberature connesse, l’alternarsi delle depressioni di canali e fossati e dell’elevatura dei campi gestiti a schiena d’asino.

Questi in sintesi gli elementi caratteristici di questa zona, individuata dalla cartografia allegata (TAVOLA 1, TAVOLA 2); si rimanda alle appendici, che fanno parte integrante ed indivisibile di questo studio, per gli studi e le descrizioni analitiche dei valori storici e paesaggistici della zona.

Tale zona è oggi seriamente minacciata di distruzione a causa del progetto autostradale A28 Conegliano-Pordenone, che attraverserebbe diagonalmente tutte le zone suddette e descritte, in molti punti proprio nei contesti di maggior interesse ecologico. Oltre al grave danno paesaggistico che ne deriverebbe, grandi preoccupazioni derivano anche dalla devastazione e grave compromissione che ne conseguirebbe per il complesso ed imponente sistema di risorgive e di corsi d’acqua, come ben si può leggere nel documento WWF (Monitoraggio ambientale autostrada A28 Conegliano Pordenone, Lotti 28 e 29. 73 corsi d’acqua in gran parte di risorgiva cementificati o interrati, WWF 1994, documento consegnato a tutte le Amministrazioni Pubbliche) che denuncia la tombatura, deviazione ed eliminazione di circa 8 km di corsi d’acqua in soli 15 km lineari consecutivi, causate dall’intersecazione di ben 73 corsi d’acqua, intersecazione che causerebbe l’irrigidimento del reticolo e di fatto un nuovo e diverso regime idrico con possibili pericoli di laminazione a monte dell’autostrada e impatti sulla capacità di mantenimento delle quote delle falde idriche .

Nel dossier WWF 1990 (WWF, Un intero sistema di risorgive alberate… allegato n° 9, pagg. 16-20) si presenta un calcolo della distruzione della copertura vegetale che verrebbe causata dal passaggio dell’autostrada, stimabile tra i 25 e i 40 km di siepi abbattute in soli 15 Km.

 

 

  1. a) Caratteristiche di notevole interesse idro-geologico.

La zona dei palù insiste sulla fascia delle risorgive (Carta delle Unità Geomorfologiche e fig. 7 e 8).

. Il Piano Territoriale Provinciale (provincia di Treviso) indica questo territorio come “fascia delle risorgive”, riconosciuta nel PTRC come confine meridionale della fascia collinare e pedemontana di ricarica degli acquiferi e di riaffioro degli stessi.

La cartografia allegata (TAVOLA 2) illustra la ricchezza del reticolo idrografico che collega i vari corsi senza soluzione di continuità. I corsi d’acqua principali sono: La Fossa, il Ghebo, Torrente Codolo, Fosso Zigana, Aralt, ma il complesso reticolo di corsi d’acqua annovera ben 73 corsi d’acqua misurati in una sezione che attraversa le unità paesaggistiche indicate, partendo da Ovest e procedendo verso Est (doc. WWF 1994, cit.).

Tali corsi sono compresi nel bacino idrografico del Livenza .

La zona in discussione rappresenta pertanto una dotazione naturalistica di estrema importanza per la gestione del ciclo dell’acqua dolce, essendo le risorgive (FIGURA 9) l’espressione del saldo attivo tra l’alimentazione sotterranea di monte -dovuta alle infiltrazioni nelle fratture dei massicci calcarei, alle acque meteoriche che percolano nel sottosuolo e alla dispersione dei corsi d’acqua- ed il deflusso sotterraneo degli acquiferi che interessano la pianura. Il fenomeno delle risorgive localizzato lungo tale fascia, ed originato dall’eccedenza idrica dell’acquifero freatico indifferenziato è determinato dalla riduzione della sezione permeabile dell’acquifero, dovuta al progressivo passaggio a granulometrie più fini dei depositi alluvionali. Nel bilancio idrico tra portata media in ingresso e portata in uscita dal sistema idrogeologico, la portata media annua delle risorgive rappresenta circa il 55% della portata in ingresso, stando così a indicare la stretta dipendenza tra il regime delle acque sotterranee di Alta Pianura, il regime dei fiumi e le risorgive (Antonelli e Dal Prà, 1980, studi sulla falda fratica Veneta).

Tale struttura idrogeologica, emerge per il suo valore di prevenzione dell’inaridimento dei suoli e delle inondazioni del bacino. A tale proposito, già in uno studio del CNR del 1992 evidenzia come proprio il bacino del Livenza sia uno dei bacini a rischio nella pianura Padana, (si veda l’articolo apparso sul Gazzettino il 13.5.1998, allegato alla Carta “Piano Reg. Risanamento delle Acque, Aree tributarie pincipali corpi idrici”). Nelle zone orientali considerate, inoltre, il Piano Territoriale della Provincia di Treviso (PTP 1995) individua alcune aree come esposte al rischio di esondazione. Questa zona è infatti classificata nel PTRC come area a più elevata vulnerabilità ambientale, e considerata zona a rischio nei Piani di intervento straordinari della Protezione civile.

Lo studio del WWF 1994 (“Monitoraggio ambientale…”, cit.) presenta nel dettaglio tutti i corsi d’acqua e le loro caratteristiche, che si incontrano in una sezione delle zone individuate, da S. Vendemiano ad Orsago, attraversando tutte le unità paesaggistiche che vengono proposte per il vincolo.

 

 

  1. b) Caratteristiche di notevole interesse per la storia del paesaggio

Questo paesaggio ha un suo spessore storico documentato, leggibile nell’antica e nella recente cartografia. La relazione storica in questo testo riassume i passaggi fondamentali di questo paesaggio, da una prima sistemazione approssimativa del territorio ad opera dei monaci bonificatori cistercensi, presenti nella zona fin dall’Alto Medioevo, alla presenza imponente dei possedimenti collettivi comunali di ancor più antica origine (relazione di cui sopra), alla conservazione delle caratteristiche ecologiche, mantenutesi fino ad oggi. La storia di questo paesaggio è la storia di una gestione delle risorse di un ambiente umido condotta in modo da ottimizzare, e nello stesso tempo preservare, le risorse che un simile ambiente poteva offrire, tanto che la dotazione di naturalità di questo paesaggio è giunta fino a noi in gran parte integra. La cartografia e la toponomastica orale locale riportano la presenza ancor oggi di una vasta area depressa rispetto alle zone contermini, e di tipo paludoso, come il toponimo palù, ripetuto nella cartografia per ben 5 volte, richiama. Confermano il toponimo altre varianti locali (vedere per es. i nomi delle unità paesaggistiche e la fig. 3) che si richiamano tutte ad ambienti ed elementi tipici delle zone umide.

La struttura del reticolo idrografico è leggibile ancora oggi come era presente nella cartografia storica (Carta del Lombardo Veneto, allegata) e altrettanto si può dire per la struttura delle praterie (IGM storica del 1890, allegata)

 

 

  1. c) Caratteristiche di notevole interesse biogeografico e bioclimatico

Alle caratteristiche idro-geologiche sopra citate è associata una vegetazione boschiva a carattere lineare che accompagna canali, fossati e risorgive, spesso senza soluzione di continuità per lunghi chilometri. Le funzioni delle alberate sono ormai note(Soltner D., Planter des haies, Collection Sciences et Techniques agricoles, Id, L’arbre et la haie,) e la loro preziosità nella campagna odierna, spesso privata di elementi capaci di riequilibrio, è dimostrata e sostenuta dalla Comunità Europea, che finanzia gli agricoltori per il mantenimento o il reimpianto di alberature nella campagna.

Lo studio condotto dall’Azienda Regionale Foreste nel 1990 per il Consorzio di Bonifica della Sinistra Piave, esaminando lo stato delle siepi, dà proprio per i Comuni di cui in oggetto le densità più alte di siepi presenti, espresse dal rapporto ml/ha, tale per cui i paesi di S. Vendemiano, Godega, S. Fior, Codognè si collocano nella V classe di densità su 7 classi individuate (di cui effettive 6, poiché la 7a riguarda solo alcuni paesi di montagna). I dati in esame danno una densità per questi paesi tra il 77,1 ml/ha e l’83,6 ml/ha, in confronto alla media dei paesi contermini che si aggira intorno ai 49, 46 ml/ha.

Nel luglio 1976 il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa di Strasburgo invitò i diciotto Stati membri a redigere “un inventario fito-sociologico e cartografico nazionale di tutte le zone attualmente occupate dalla vegetazione naturale…”, e raccomandò nello specifico, tra le altre cose, la creazione di una rete europea di riserve biogenetiche e l’evoluzione e la conservazione dei bocages europei (De nouveaux volets a l’action du Conseil de l’Europe en faveur de l’anvironnement naturel, Résolution (76) del Conseil de l’Europe, Strasbourg, 29.7.1976.

Il PTRC considera questo paesaggio agrario, per il suo interesse storico culturale, fra gli ambiti meritevoli di tutela per la cui puntuale identificazione il PTRC (rel. 5.5.4.6 e art. 32) dispone il rinvio a più precise analisi, funzionali alla conseguente protezione, a scala di Piano Territoriale Provinciale e Comunale. In tal senso dispone anche la classificazione dell’ambito territoriale vasto in cui sono inserite queste zone, come “aree ad eterogenea integrità del territorio” per le quali ” gli strumenti subordinati debbono essere particolarmente attenti ai sistemi ambientali, mirati rispetto ai fenomeni in atto, al fine di governarli preservando per il futuro risorse ed organizzazione territoriale delle zone agricole (art. 23 del PTRC e tav. relativa).

E’ da evidenziare anche il fatto che questa cospicua dotazione arborea, associata alle risorgive, produce un particolare effetto di mitigazione microclimatica. Le risorgive infatti hanno la caratteristica di avere una temperatura costante lungo tutto il corso dell’anno, variabile tra gli 11 e i 13 gradi, per cui esse producono un effetto di mitigazione sul territorio circostante sia delle temperature elevate estive che di quelle rigide invernali.

E’ sempre questa caratteristica fisica che fa sì che nelle risorgive viva una particolare classe di animali e vegetali detti stenotermi, cioè adattati a queste temperature costanti e presenti nella stessa misura nel corso delle stagioni.

 

 

  1. d) Caratteristiche di notevole interesse morfologico e paesaggistico di non comune bellezza

L’assetto morfologico dell’area in oggetto è l’espressione visuale e sintetica delle sopra descritte componenti geologiche, geografiche e storiche.

Pur rinviando ai suoi molteplici contenuti storici e scientifici, la forma e le caratteristiche dei luoghi sono percepibili con immediatezza visiva ed evocativa, a partire dalla particolare “depressione” altimetrica della zona rispetto ai territori contermini (fig.6) ed in relazione alla particolare percezione di vastità spaziale del territorio, libero da infrastrutture insediative o viarie. La percezione immediata è quella di un “cuore”, un’isola all’inverso, sprofondata e organica, circondata tutt’intorno dalla presenza di insediamenti, paesi, strade.

L’interesse di questo paesaggio è aumentato proprio in ragione della sua diversità e rarità in una pianura altamente infrastrutturata quale è la Pianura Padana.

Qualsiasi progetto di insediamenti di qualsiasi genere, o peggio ancora, di realizzazione di infrastrutture, soprattutto viarie, snaturerebbe completamente questo paesaggio, rompendo proprio la sua essenziale caratteristica di omogeneità, che si pone a cavallo degli attuali confini comunali, e che si impone proprio per le ragioni naturalistiche e storiche. Attraversare un simile territorio significa violare un ‘ inaccessibilità che si è mantenuta nei secoli fino ad oggi.

L’interesse per questo paesaggio e per paesaggi simili è oggi oggetto di un rinnovato interesse anche da parte della comunità scientifica, che riconosce l’importanza della tutela di simili paesaggi per la nostra civiltà. Adesioni alla richiesta della tutela di questo paesaggio sono pervenute da 5 Università italiane, da Istituti Francesi e Svizzeri, da personaggi del mondo della cultura ,in primis da uno dei maggiori poeti del nostro secolo, Andrea Zanzotto, che a questo paesaggio ha dedicato una specifica raccolta intitolata “Verso i palù” (in Antèrem) e la sua adesione alla richiesta di protezione di questo paesaggio (allegato pubblicazione di giornale).

 

 

  1. e) Notevole interesse pubblico dell’area ai sensi della Legge n° 1497/1939

In conclusione, l’area perimetrata nella planimetria allegata (TAV. 1) presenta caratteristiche di grande interesse di tipo geologico e paesaggistico; presenta caratteristiche vegetazionali e geografiche tali da farla considerare una riserva importante di diversità biologica e un prezioso strumento di prevenzione delle inondazioni e dell’inaridimento dei territori agrari contermini; ha un notevole interesse morfologico, visuale ed estetico e carattere di non comune bellezza; costituisce un patrimonio scientifico, storico, culturale e paesaggistico di inestimabile valore.

Essa si ritiene perciò meritevole di conservazione e di tutela naturalistica nella sua generalità, e di restauro naturalistico-ambientale per alcuni punti di raccordo tra l’una e l’altra delle unità paesaggistiche di maggior pregio individuate.

Per i motivi sintetizzati nel presente documento e per le caratteristiche esplicitate anche nei documenti allegati che fanno parte integrante della proposta di vincolo, si propone che le aree in oggetto siano dichiarata di notevole e preminente interesse pubblico ai sensi della Legge n° 1497/1939.

 

 

TUTELARE I PALU’

1). Biotopi e toponimi

Anche nelle carte 1:25.000 dell’Istituto Geografico Militare è un’area ben più vasta di quella qui identificata e proposta alla tutela per la sua rilevanza ambientale e culturale, a raccontare, attraverso i nomi degli ambienti, delle strade, dei borghi e delle frazioni abitate, tuttora persistenti, la storia di una lunga coabitazione dell’uomo con i palù.

 

Nelle carte IGM vengono segnalati rispettivamente i palù di San Vendemiano, Godega, Cordigniano, Gaiarine, Sacile; ma molti altri toponimi concorrono a confermare questa presenza: Fontane, Fontanelle, Saccon (buca di risorgive, appezzamento che termina a sacco senza passaggi perché compreso tra 2 corsi d’acqua), Sere (Tipha Latifolia), Sangole (forse Sanguisuga officinale), Bassoni (luogo basso, bassura), Bar de Spin (siepe, vegetazione), Bosco, Camòi (campo molle, acquitrinoso), Pradazzo (prato poco produttivo perché acquitrinoso), et..

 

Sono questi i “nomi delle cose” sopravvissuti alla scomparsa di parte degli ambienti naturali e spesso anche dalla memoria di molte delle persone che quel territorio si trovano solo a percorrerlo.

 

In effetti la avvenuta distruzione, attraverso l’occupazione del suolo con l’insediamento di zone industriali (vedi zona industriale in una partedei palù di S. Vendemiano) e residenziali, opere viarie, abitazioni isolate, è proceduta attraverso il rifiuto del territorio. Il rifiuto delle sue qualità estetiche e paesaggistiche, ma anche delle sue valenze idriche (le acque di risorgiva, i canali irrigui, il suo particolare microclima), vegetazionali, faunistiche, biologiche e, soprattutto, storico-culturali.

 

Il ruolo preminente e particolare nell’economia e nella cultura che questi ambienti di risorgiva hanno svolto nella storia locale e veneta è già stata evidenziata e documentata nella ricostruzione storica qui presentata.

In questa parte, invece, poniamo solo le basi per un’altra riflessione (che meriterebbe di essere approfondita) necessaria e importante.

 

1) La toponomastica in genere è la conferma non dell’esistenza di un luogo ma l’espressione riconosciuta del rapporto che l’uomo ha stabilito con questo luogo. I toponimi non sono mai codici alfanumerici con cui, ad esempio, vengono catalogati i corpi stellari o i ceppi virali. I toponimi precedono ed escludono anzi le codificazioni monodimensionali (che non tollerano, nel processo di nominazione, il rapporto-con-la-cosa-nominata, sostituito dal rapporto con la regola, la legge che precede e ammette la nominazione).

Piero Camporesi ha messo bene in luce la sostanza di questo procedere differente rispetto alla toponomastica popolare operato dalla cultura tecno-scientifica contemporanea. Franco La Cecla parla, a proposito dei nuovi provvedimenti di nominazione dei luoghi, avviati a partire dal secolo scorso, della creazione di una tipologia diversa di orientamento “dall’esterno” che nega “quello interno degli abitanti”.

Persino -e forse a maggior ragione- quando la nuova nominazione propone una inoffensiva “traduzione” del toponimo popolare (ed è proprio il caso citato da Camporesi): da”pozza della troia” a “fonte solforosa”; il nuovo nome rivela una profonda incongruenza di senso che nasce certamente da un rapporto diverso con il mondo naturale, ma che -soprattutto- non è capace di riconoscerne significati e implicazioni[1].

Nel caso che a noi attiene abbiamo al momento una diffusa presenza toponomastica che testimonia tuttora un rapporto di consuetudine continuo e significativo (ancora oggi) con i palù, ed una presenza storico-ambientale, pur se in alcuni punti degradata, tuttavia ancora vitale, riconoscibile e compatta nelle aree segnalate.

 

2) Da questo punto di vista la presenza del nome, particolarmente quando il nome ha mantenuto una sua riconosciuta funzionalità, può permetterci (in assenza o nell’impoverimento dei segni vivi di un ambiente, o della nostra capacità di percepirli) di ricostruire la presenza di una realtà ambientale e culturale assolutamente compromessa.

Una risorsa importante anche perché la nominazione sopravvive alla distruzione dell’ambiente vissuto e quest’ultimo all’oblio della cultura che l’ha abitato ed utilizzato, in una regressione che ha il suo punto di inizio con la scomparsa o l’assorbimento della cultura, prosegue con la perdita della memoria e arriva quindi con la manomissione dell’ambiente vitale alla conclusiva (e definitiva) perdita del/i nome/i.

Se non è pensabile ricostruire la catena fino all’ultimo anello, è praticabile e ragionevole invece porsi l’obiettivo di recuperare la memoria attraverso le persistenze ed i documenti (e uno di questi è l’ambiente stesso nelle sue parti più significative e meno compromesse, come quelle che qui si chiede di vincolare) che ancora rimangono, che è poi l’obiettivo della ricerca storica e della nascita di quelle straordinarie istituzioni che sono i musei e le biblioteche.

 

3) La persistenza di questa realtà ambientale e nominale dei palù è quindi una grandissima opportunità: la sua conservazione e tutela dovrebbe essere solo una prima tappa per tentare di arrestare la perdita totale e irreversibile di un processo culturale e ambientale prezioso quanto una pinacoteca, ma ben più antico e ricco di relazioni con i vissuti di generazioni di uomini che hanno abitato, frequentato, ed infine contribuito a creare questo territorio, a partire da epoche lontanissime nel tempo fino all’altro ieri.

 

2). Palù e zone umide. Esperienze attuali di tutela in Italia ed Europa

 

Presentiamo qui una veloce panoramica, non esaustiva ma significativa, su alcune iniziative di tutela di ambienti di risorgiva, zone umide o realtà culturalmente e ambientalmente equivalenti, similmente minacciate da aggressioni antropiche.

 

Tutte situazioni ambientali che storicamente hanno sempre avuto ruoli significativi nell’ambito delle comunità umane, che ne hanno saputo utilizzare e guidare la grande ricchezza biologica. Non è casuale che proprio in queste aree si siano raccolti i primi gruppi umani (come la ricerca archeologica dimostra ampiamente) ed egualmente esse abbiano continuato a svolgere un ruolo significativo anche in epoche più recenti.

 

La salvaguardia di questi ambienti non è motivata quindi unicamente da urgenze di carattere strettamente naturalistico, ma contestualmente da ragioni legate alla salvaguardia della nostra memoria storica. Senza questa contestualizzazione la conservazione di queste aree rischia di non essere praticabile e soprattutto di non essere duratura. Dobbiamo infatti ricordare che queste realtà ambientali sono tali non in quanto naturali al 100% ma in quanto frutto di un’interazione storica con comunità umane diverse tra loro. Solo tenendo conto di questa realtà si potranno praticare corrette soluzioni di gestione. Del resto è proprio quanto si fa nella conservazione dei beni culturali: un manufatto quale un quadro, un affresco o un prodotto naturale quale un fossile, vengono conservati tenendo conto innanzitutto delle condizioni dell’ambiente che li ha prodotti. Senza questa conoscenza (grado di umidità, temperatura, ossigeno ed altri gas, condizioni della luce, ma anche relazioni con le attività umane, che modificano costantemente l’ambiente in funzione di necessità contingenti) la conservazione non potrà essere efficace.

 

Convinti di queste ragioni, presentiamo quindi una breva sintesi di alcune iniziative attuate in Europa, da istituzioni diverse per ambiti di responsabilità e capacità di intervento (dal Consiglio d’Europa alle amministrazioni locali).

Iniziative spesso non coordinate, con motivazioni ed obiettivi differenti, che comunque attestano una novità importante, ovvero che anche nella conservazione dei beni ambientali sta facendosi strada la consapevolezza che la salvaguardia biologica passa attraverso quella culturale e sociale che il territorio rappresenta.

 

In questo senso deve essere intesa la Strategia Paneuropea per la salvaguardia della diversità biologica e del paesaggio, attuata dal Consiglio d’Europa attraverso l’ECNC (European Centre for Nature Conservation) un grande network di istituti europei di ricerca. La Strategia Paneuropea si fonda sulla necessità di mantenere la variabilità ecologica esistente negli ecosistemi terrestri e la diversità dei paesaggi, testimoni delle relazioni intercorse ed attuali tra individui, società ed il territorio; ovvero nella difesa delle “due più grandi ricchezze dell’Europa….un patrimonio trasmesso nel corso di migliaia di anni, che ci impone di trasmettere alle generazioni future il sistema vario e durevole che rappresenta questo patrimonio” (dall’introduzione).

Questa operazione di ampio respiro intende unificare gli sforzi e gli obiettivi delle convenzioni internazionali per la difesa dell’ambiente naturale europeo (dalla Dichiarazione di Maastricht (“Preservare il patrimonio naturale dell’Europa”) del 1993 alla Convenzione di Berna, la Strategia Europea per la Conservazione (1990), alla Conferenza di Dobris e di Lucerna (1991 e 1993), alla CNUED (1992), et.

Le realtà ambientali e biologiche di rilevanza paneuropea e segnalate come meritevoli di attenzione e tutela, sono suddivise in ecosistemi (ecosistema costiero e marino, fluviale, zone umide interne, praterie, foreste e montagne), Paesaggi terrestri e marini (tundra, taiga, colline, bocages, campagne, steppe e paesaggi aridi, paesaggi appartenenti al patrimonio culturale), Specie viventi (specie-vedetta, specie di popolazioni minacciate e in via d’estinzione in Europa).

Ulteriore consapevolezza che questa opera di salvaguardia non può passare che attraverso un progetto di tutela diffusa del patrimonio ambientale-culturale, e non più attraverso la protezione di singolari ed isolate realtà ambientali (parchi e riserve).

 

Esempi significativi e importanti sono quelli avviati in Svizzera con la scelta del governo federale di sottoporre a tutela, nel 1994, 3734 paludi e, nel 1996, 423 zone palustri del proprio territorio, con le Ordinanze che procedono a costituire l’inventario federale delle zone palustri di particolare bellezza ed importanza nazionale.

 

Nel suolo italiano, a nostra conoscenza, solo la Provincia Autonoma di Trento, con la Legge 14/86 e 28/88, ha avviato un progetto unitario (“Norme per la salvaguardia dei biotopi di rilevante interesse ambientale, culturale e scientifico”) di protezione e tutela diffusa dei 68 biotopi identificati come meritevoli di tutela. Tra questi biotopi spicca un elenco di 8 zone identificate come “palù”.

 

Ma iniziative molto significative sono state avviate anche da altri organismi territoriali. Il progetto PEGASO (Pianificazione E Gestione Ambientalmente SOstenibile), iniziato nel 1996, è un progetto di pianificazione e gestione territoriale riferito ad una porzione delicata del territorio della futura Città Metropolitana di Bologna, rivolto alle cosiddette aree periurbane, a ridosso del contesto urbano e investite quindi da progressivi fenomeni di espansione della città che ne minaccia i connotati ambientali e culturali.

L’attenzione dedicata dal progetto proprio alle “aree di pianura….(che) ad uno sguardo superficiale possono apparire piatte e uniformi ed ormai complessivamente ‘banalizzate’” qualifica un approccio egualmente nuovo nella tutela del ambiente, che pone tra gli obiettivi prioritari la “salvaguardia e miglioramento della struttura percettiva del paesaggio locale, in particolare delle aree e dei sistemi infrastrutturali agricoli (storici e attuali)”, coinvolgendo nel progetto, che ha comunque strategie, obiettivi e priorità ben definite, enti pubblici e locali, aziende pubbliche e private e i cittadini coinvolti.

 

In conclusione, si può affermare che ovunque sono state avviate, a partire dalla fine degli anni 80, significative esperienze di tutela ambientale, sensibili alla salvaguardia:

  1. a) delle microrealtà sopravvissute e generalmente a ridosso di realtà urbanizzate,
  2. b) dei numerosi biotopi anche di piccola estensione (generalmente zone umide che svolgono un ruolo importante nella salvaguardia della qualità e del regime delle acque, luoghi di riproduzione e sosta per uccelli acquatici, ricchi di importanti entità florofaunistiche),
  3. c) attente ai valori ed al ruolo passato e presente svolto da queste nell’ambito delle comunità locali,
  4. d) intenzionate a preservare e tutelare queste aree quali risorse culturali e ambientali

Crediamo che queste esperienze siano una base concreta ed operativa da utilizzare per iniziare anche nel Veneto, la regione che forse più ha sofferto un processo di colonizzazione industriale e insediativa incontrollata, progetti di tutela che siano innanzitutto di tutela delle persone e della loro cultura, di tutela di un patrimonio ambientale e culturale che ancora conserva caratteristiche memorabili.

 

 

“Chi abbandona la sapienza dei siti, chi non li tratta come parte del corpo degli abitanti, diventa anch’egli straniero, la sua terra lo caccia via”.

Franco La Cecla, Perdersi. L’uomo senza ambiente Latenza, 1996

 

[1] “C’è una sorgente nell’alto Appennino romagnolo che venne chiamata (e la denominazione rimane tuttora) la “pozza della troia”. Tale nome resiste al nuovo battesimo che la cultura tecnico-scientifica vorrebbe imporle, quello di “fonte solforosa”. Questa resistenza-coesistenza è il segno di una stratificazione culturale, d’un conflitto di due paradigmi, di due modi di essere in rapporto con gli oggetti e con il mondo. Il possesso, la cattura operata dal nome scientifico (frutto d’una nuova nominatio d’un demiurgo tecnocrate, un battesimo scolorito, di opaca precisione) da una parte, e dall’altra la fruizione e la partecipazione che presuppongono una coesistenza armonica fondata sul senso e sul consenso degli elementi naturali, sull’analogia, sulla “simpatia”, sulla corrispondenza. Il sintagma “pozza della troia” offre, nel confronto col suo sostituto moderno, una segnaletica più penetrante e completa perché conduce al centro delle cose: indica che quell’acqua dove andavano a bagnarsi le scrofe è curativa e che gli uomini che le portavano ad abbeverarsi si erano accorti delle sue proprietà terapeutiche. Quello che faceva bene ai maiali non poteva fare male agli uomini. La pozza, utile agli animali e agli uomini, ai contadini-pastori e alle loro bestie, era un piccolo santuario idrico, un luogo terapeutico che la collaborazione uomo-bestia aveva individuato. (…) Il termine moderno “fonte solforosa” è un’astratta definizione chimica estranea ad ogni rapporto di magico allacciamento degli elementi. Nelle società àgrafe di questo tipo la formazione del sapere curativo è impensabile senza la mediazione degli animali, la cui storia s’intreccia con quella degli uomini: entrambe poi si coniugano con quella della natura….” Piero Camporesi Le officine dei sensi, Garzanti, 1985, pp. 218-219.