Bibano

Si sa che verso il 200-300 d.C. i Romani davano delle terre ai loro Condottieri, e qui è citato un tale C. Babius-Atticus dell’epoca di Claudio successore di Augusto. Da questo pronome Babis, Vibius o Baebius, denominazione di “Gens” romana plebea, risale la denominazione Bibano. Ricca di acque risorgive e di terra fertile, soggetta a continue invasioni barbariche, insediamenti romani, ognuno a par suo saccheggiava e distruggeva. Nel 1000 Bibano ricompare come Villa con tre “Cappelle”: San Bartolomeo, Belcorvo, Salvatoronda, quest’ultima – si dice – salvata dalle distruzione barbariche da Attila.

Bibano-piazza-anni-30Le indagini geologiche fanno risalire al Quaternario, al tempo dell’ultima glaciazione, 10.000 anni fa, il periodo in cui si è definitivamente formato il suolo su cui si stende Godega, quando un ramo del ghiacciaio del Piave, superata la stretta di Serravalle, si attestava nella pianura portando detriti ghiaiosi e fortemente permeabili originando così il toponimo CAMPARDO, “campo arido”. Le origini dell’insediamento di Godega sono lontanissime, fin da epoca remota possedeva una Cappella o Chiesa campestre dedicata a Santa Margherita. L’oratorio o Cappella di S. Urbano è forse anteriore al 400. Con sicurezza si sa che nel 1444 la cappella di Santa Margherita fu eretta parrocchia . Documenti attendibili sfumano perchè la zona era soggetta a scorribande di invasori dediti a distruzioni, saccheggi ed incendi. Sembra che i Goti abbiano fondato il paese, provenienti dal nord Europa attraverso il Cadore si fermarono nel Cenedese e attorno la chiesetta di Sant’Urbano crearono il primo nucleo abitativo. La zona paludosa e poco produttiva per i detriti accumulati da un antico ghiacciaio del Piave, venne bonificata dai monaci verso il 1000. Nel 1200 dominata dai Caminesi e in seguito nel 1420 passo sotto la dominazione veneziana, mentre la sede arcivescovile dipendeva da Udine. Nel 1805 sia Godega che Bibano sono sedi municipali, come risulta dall’elenco dei comuni provvisori creati dall’Amministrazione napoleonica. Godega, che comprendeva anche Pianzano e Baver, contava allora 1.066 abitanti. Nel 1810 i comuni più piccoli vengono soppressi: Godega rimane sede municipale (dipartimento di Passariano poi del Tagliamento – distretto di Conegliano), mentre Bibano passa sotto il Comune di San Fior. Nel 1818, con il ritorno degli Austriaci, il Comune assume la configurazione attuale. Dopo l’annessione del Veneto all’Italia (1866), con il Regio Decreto n°4098 del 10 Novembre 1867, al nome di Godega viene aggiunto “Sant’Urbano”.

Fiume Resteggia

Nasce nel comune di Godega Sant’Urbano nella frazione di Bibano, dalle acque di risorgiva della Fossa Zigana, proseguendo il suo corso riceve il Fosso Rui e poi attraversa un impianto di troticoltura in località San Bartolomeo. Sempre nella stessa zona altre risorgive si trovano nei fossi Belcorvo, Ausinella, Fossalone e Fosso Rossa. All’altezza di Levada la Fossa Zigana prende il nome di Canale Resteggia, quindi lambisce a est il centro di Roverbasso. Prosegue facendo da confine naturale tra Fontanelle e Mansuè ed infine confluisce nel Livenza all’altezza di Portobuffolè. Interessanti da vedere nel suo ultimo tratto, un mulino abbandonato e non poco lontano il bosco della “Vizza” o di Gaiarine.

Villa Savorgnan

La presenza dei Savorgnan a Bibano risale al Trecento, quando il patriarca di Aquileia offre il feudo di Bibano a Federico Savorgnan e nel 1337 gli conferisce l’investitura di altri beni feudali siti tra Orsago e Bibano per i servizi resi alla chiesa aquileiese. La villa Savorgnan, di cui oggi rimangono solo le barchesse e le dipendenze, sorge lungo la principale via del paese, l’antica strada “Reggia denominata Terraglio”, ora via Marconi.

San Bartolomeo

Il primo riferimento documentale a san Bartolomeo risale all’Alto Medioevo. La chiesa originaria, per tradizione la più antica di Bibano, divenne semplice “cappella” di Bibano di sotto nel 1180, lasciando spazio alla chiesa di San Martino trasformata in parrocchia nel 1511. L’edificio originario subì numerosi ampliamenti e rimaneggiamenti nel corso dei secoli.dice4 Nel Duecento fu ampliato una prima volta e impreziosito da affreschi. Un altro ampliamento risale al 1756 quando venne rifatto il pavimento a lastre di pietra, coprendo l’originario pavimento (reso visibile dopo l’ultimo restauro operato dal gruppo Alpini di Bibano-Godega). La chiesa presenta oggi un’ampia abside, tetto a capriata, piccole finestre sulla facciata e sul lato occidentale, pavimento a lastre quadrate di pietra bianca. Vi è una pila per l’acqua santa col labbro a orlatura del Cinquecento, mentre sull’abside campeggia una tela della metà del Settecento di mano di L. Zampini, raffigurante san Bartolomeo. Sulla parete a est l’ultimo restauro ha fatto emergere due (e forse tre) affreschi sovrapposti: sono riconoscibili le figure della Vergine col bambino, di san Pietro e di san Rocco.

Via Cortina

Deriva il suo nome da quello della curtis longobarda. Al tempo della dominazione dei Del Ben (XIII sec.), la curtis si tra- sformò in castrum, luogo fortificato e recintato. Entro la “cortina” doveva trovarsi anche una loggia per le adunanze pubbliche, di cui si è però persa la memoria. Nel Seicento sub lobia Bibani si radunava- no i 6 rappresentanti dei tre colmelli di Bibano (san Bartolomeo, san Cristoforo e Salvatoronda) sotto la guida del meriga (maior regens, una sorta si sindaco).

San Martino (Vecchia)

Il culto di san Martino risale all’epoca lon- gobarda e si diffuse con la dominazione franca. La chiesa, tuttora visibile, fu eretta nel 1511 e fu consacrata (assieme all’attiguo cimitero) la prima domenica di settembre del 1522 dal vescovo Antonio Contarini. Giovanni Grimani (vescovo di Ceneda fino al 1545 e poi patriarca di Venezia), consacrò invece i tre altari della chiesa, ai quali successivamente se ne aggiunsero altri due. Tutti furono poi trasportati nella Chiesa nuova. Sopra il portale d’ingresso vi era una for- mella in pietra raffigurante san Martino a cavallo che taglia il proprio mantello e lo divide con un povero. La formella, datata 1519, si trova ora sul campanile, l’antica torre di guardia della Curtis.

San Martino (Nuova)

Fu progettata dall’architetto Domenico Rupolo di Caneva sul finire degli anni Venti. Il disegno originario non prevedeva né la cupola sopra il transetto, né il soffitto a capriate, bensì a vela, mentre doveva essere tutta rivestita di marmo la facciata. La prima pietra fu posta il 21 giugno 1930; i lavori si protrassero per un ventennio e coinvolsero tutta la popolazione. La chiesa fu benedetta nel 1950 e dedicata a San Martino il 9 novembre 1985 dal vescovo Eugenio Ravignani. A croce latina, l’edificio di articola in tre navate separate da colonne in marmo e tagliate da un transetto. Ospita cinque altari riportati dalla vecchia chiesa e un pregevole organo “Mascioni”. Nell’altare di sant’Antonio si trova un bel lavoro in argento sbalzato del Celotti, datato 1901. Il tabernacolo di marmo del 1730 è opera dello scultore Pizzi di Venezia, mentre la pila dell’acqua santa e il battistero sono opere del Cinquecento.

Oratorio di San Cristoforo

San Cristoforo apparteneva a quel gruppo di santi detti “ausiliari” perchè invocati in occasione di carestie, epidemie e altre calamità. L’odierno Belcorvo proviene da un antico “barcord”: bar = boschetto, macchia fitta di vegetazione; cord = corbis (legno per cestelli) . Dell’originaria chiesetta, edificata probabilmente su un antico sacello d’epoca romana, dedicato a divinità campestri, non rimane traccia alcuna. La chiesetta attuale è del XIX secolo.

Madonna della Salute a Salvarotonda

La chiesetta attuale (del Seicento e dedicata alla Madonna della salute) non corrisponde all’originaria cappella del l’XI o XII secolo, nata come oratorio dedicato alla “visitazione di Maria”. Sono contenuti al suo interno un altare ligneo del Seicento, di fattezze barocche, e una piccola edicola di pietra per le ampolline. Già cappella della nobile famiglia Battaglia, affermatasi nel Quattrocento, conserva al suo interno la tomba di Nicolò Battaglia del 1721. E’ stata restaurata nel 1988.