Le
fonti letterarie e i documenti scritti che citano l'Istria si riferiscono al
periodo della conquista e all'inizio della romanizzazione. Non esistono molti
documenti che riguardino fasi temporali successive: l'Istria se è citata
compare nella ma
cro storia
ovvero nella storia dei grandi eventi di espansione della Repubblica e poi
dell'Impero Romano. Nel I secolo a.C. è attestata ad Aquileia e nell'Illirico
la presenza di Cesare e più tardi quella di Augusto.
La prosperità e la ricchezza della regione istriana è testimoniata dalle vestigia che celebrano la magnificenza di città come Pola con l'arena, due teatri, i suoi templi oppure i cospicui resti dei monumenti tergestini, parentini, nesaziati ed infine la bellezza delle ville di Brioni e di altre località.
L'attenzione degli storici, in passato, era focalizzata soprattutto sui monumenti più importanti e singolari, su quelli che fornivano informazioni sulle realtà cittadine, ovvero gli aspetti politici, religiosi, demografici dei vari centri urbani.
Gli scavi e le analisi recenti dei vari reperti mirano a determinare gli aspetti della vita sociale ed economica dell'Istria romana, ovvero l'aumentare ed il diminuire della prosperità economica, la presenza di fasi negative, le cause di possibili recessioni.
Esiste quindi una maggiore documentazione per quanto riguarda il periodo della romanizzazione di cui anche le fonti letterarie costituiscono un riscontro.
Roma si era affacciata all'estremo arco Adriatico con le guerre istriche, che iniziate nel 221 a.C. si conclusero nel 129 con il trionfo di C. Sempronio Tuditano e con la fondazione di Aquileia (181 a.C. ). Da Aquileia e dalle successive colonie di Tergeste e di Pola, soprattutto, la civiltà latina si era diffusa tra le popolazioni della pianura ad est del Livenza, della Carnia, dell'Isontino, dell'Istria che erano diventate partecipi della lingua e cultura di Roma ed erano state incluse da Augusto nei confini dell'Italia di cui formavano insieme ai Veneti, la Decima regio.
La ricostruzione storica presenta anche delle ombre poiché studi recenti concludono che le colonie di Tergeste e di Pola erano triumvirali o al massimo dell'ultima età cesariana, invece l'arco di tempo, in cui si ipotizza si attui il processo di romanizzazione tale da giustificare l'inclusione dell'Istria nelle regioni augustee, era decisamente esiguo.
Un altro fattore di criticità nella ricostruzione storica è rappresentato dal fatto che dopo età sillana le colonie erano insediamenti decisi per sistemare i veterani che venivano congedati dopo le guerre civili, gente diversa dagli antichi coloni, inviati dopo guerre in cui avevano rischiato la vita pro aris e focis e che venivano inviati ai margini dei territori per esserne prima di tutto presidio, caposaldo di difesa e base di nuove conquiste. I veterani delle guerre civili non si accontentavano di dissodare le terre: volevano terre produttive.
Si accetta che sia stato di fondazione cesariana il Forum Iuli, ma il Forum veniva costituito dove si trovavano già cittadini romani, che dalla nuova fondazione, ricevevano alcuni diritti di autonomia amministrativa ma questi erano indigeni e non venivano "dedotti" come quelli delle colonie facendoli venire da Roma.
Si ipotizza che in molte parti della regione vi fossero nuclei di romani e di romanizzati antecedenti alla fondazione delle colonie nelle quali i veterani erano stati inviati a spese degli antichi proprietari.
La
prima guerra combattuta nel 221 a.C. da P. Cornelio Scipione Asina e M.
Minucio Rufo fu una campagna di repressione della pirateria: fu intrapresa
perché gli Istri avevano predato navi romane che trasportavano granaglie e va
vista in stretto collegamento con la seconda guerra illirica del 219 a.C. .
I problemi relativi ai traffici marittimi e quelli di carattere commerciale svolsero una notevole influenza nell'arco di tempo 180-170 a.C. in cui ha corso la crisi dell'estremo arco dell'Adriatico.
La seconda guerra istrica fu condotta soprattutto per terra e con azioni molto impegnative; ebbe luogo nel 178 a.C.: ci furono due campagne.
La prima, iniziata nel 178 a.C. ad opera del console A. Manlio Vulsone, vede prima la clamorosa conquista da parte degli Istri del campo romano, ma poi, gli Istri, si sarebbero abbandonati al saccheggio e vengono sopraffatti dai Romani dell'altra legione. I consoli svernano ad Aquileia e poi ripresero le operazioni con la buona stagione.
Riguardo la seconda campagna si hanno scarse notizie fornite da Livio: racconta l'invasione del territorio istriano da parte dei Romani e la mobilitazione degli Istri. Nel 177 a.C. le varie città istriane ebbero comportamenti diversi: parte seguì Epulo nella tenace continuazione della guerra nella difesa di Nesazio, Mutila e Faveria; gli altri si arresero ed accettarono la pax romana.
La terza guerra istrica è basata su notizie decisamente scarse: C. Sempronio Tuditano la celebrò in misura notevolmente ampia: pose dediche al Timavo. La guerra era durata poco più dell'estate.
Sembra che la fase veramente guerreggiata della campagna di Tuditano si svolse in Giapidia e che l'Istria fu prevalentemente la base di partenza dell'esercito romano.
Dopo il primo trentennio del II secolo a.C. ebbe inizio una fase di rapporti pacifici tra Roma e gli Istri: si attua una fase di romanizzazione strisciante, fatta di rapporti commerciali, di affari, di imbrogli, di guadagni e di perdite fra due terre unite dal mare di Aquileia, il cui porto era certo attivo in età repubblicana e l'Istria , le cui città della costa occidentale sono sempre state di marinai e mercanti. I dati archeologici più recenti mostrano che la civiltà dei castellieri negli ultimi due secoli prima dei contatti con Roma era lentamente e progressivamente declinata per cause ancora imprecisate e comunque estranee a Roma.
Dopo la conquista di Nesazio l'Istria rappresentava un territorio molto appetibile per le classi romane più elevate ed abbienti, le quali acquistarono ed affittarono le parti divenute agro pubblico e le fecero diventare terreni da sfruttare con coltivazioni redditizie. Si crearono così forti interessi economici i quali rappresentarono una componente basilare del profondo processo di romanizzazione ed assimilazione dell'area istriana da parte dei Romani.
Giulio Cesare fondò le colonie di Trieste, Pola e Parenzo; Augusto protesse il confine dell'Istria dal fiume Formione-Risano sino all'Arsa sul Quarnaro e crea la X regione d'Italia la Venetia et Histria.; Vespasiano fece costruire la via Flavia che univa Trieste a Pola.
Sotto l'amministrazione imperiale l'Istria visse un periodo di grande prosperità che toccò l'apice quando la capitale dell'Impero d'Occidente fu spostata a Ravenna: la facilità delle comunicazioni marittime favorì i mercanti istriani che rifornirono la nuova capitale di grano, vino, olio.
La prima invasione che ebbe riflessi sulla vita istriana fu quella degli Unni che nel 452 distrusse Aquileia. Durante la guerra gotica l'Istria fu contesa tra Goti e Bizantini; nel 568 l'invasione longobarda provocò il saccheggio di Trieste ed il patriarca d'Aquileia trasportò la sede metropolitana a Grado.
Per tutto il secolo VI e parte del VII ci furono le incursioni dei Franchi, Slavi, ed Avari, finché la pace del 680 limitando la conquista longobarda alla linea Oderzo-Padova venne a staccare l' Istria dalla regione friulana e dall'Italia ponendola sotto l'effettivo dominio di Bisanzio, non ancora venuta a una rottura con Roma.
Compresa nell'803 nella marca del Friuli, quando questa si sfasciò, nell'830 in quattro contee, l' Istria formò dapprima col Friuli la marca di Aquileia sottoposta da Ottone I nel 952 per assicurarsi la via delle Alpi, al ducato di Baviera. Nel 976 Friuli e Istria, staccati dalla Baviera, furono uniti al ducato di Carinzia. Nel 1077 Enrico IV costituiva il principato ecclesiastico del patriarcato d'Aquileia.
Fin dal secolo XI altre forze politiche vennero ad aggiungersi alle varie signorie feudali ecclesiastiche e laiche come fattori essenziali della storia Istriana, quali Venezia e le città costiere. Venezia stava affermando la propria influenza sulle coste istriane incalzata dalle scorrerie dei pirati.
I legami si andavano stringendo tra Venezia e l' Istria mentre i signori legittimi della penisola, prima i marchesi tedeschi, poi i patriarchi d'Aquileia, non potevano rimanere indifferenti. L'atto d'omaggio al doge Candiano II nel 932 provocò una violenta reazione del marchese Wintero; la rottura dei rapporti commerciali che ne seguì permise il sopravvento di Venezia alla quale ormai l'Istria era legata economicamente.
Nell'anno
1000 il doge Orseolo II sconfitti i pirati narentani ed i Croati gettò le basi
dell'effettivo dominio di Venezia sulle isole del Quarnaro e sulla costa
dalmatica.
Intanto dopo il 1000 nelle città si accentuò il movimento che porterà alla costituzione del comune.
Il riconoscimento della potenza veneta non avvenne senza tentativi di resistenza. Pola fu la più accanita ribelle, ma si dovette piegare al potere veneziano ed accettare nel 1198 il podestà mandato da Venezia come anche Pirano e Capodistria. L'autonomia delle città istriane, affermatasi contro il dominio dei marchesi, dei vescovi, dei signori, cadeva sotto la predominante potenza di Venezia.
Nel 1208 Ottone IV infeudava l'Istria al patriarcato d'Aquileia che ne tenne il dominio fino al 1451. Tutta l'opera dei patriarchi si esaurì in una lotta senza posa contro le autonomie cittadine, contro Venezia, contro i conti di Gorizia per restaurare il debole potere marchionale. I successi in principio non mancarono, ma furono di breve durata: Venezia si era posta a capo d'una lega di città istriane contro il patriarca.
Al vecchio dualismo tra i conti di Gorizia e il patriarcato le città istriane andarono incontro a Venezia preferendo darsi in suo potere piuttosto che cadere sotto la conquista dei conti di Gorizia. Con la pur platonica riserva dei diritti del patriarca aprirono le porte alla occupazione veneta Parenzo, Umago, Cittanuova, S. Lorenzo dove il dominio di Venezia divenne diretto. Il patriarcato, cui teoricamente appartenevano ancora le città passate al dominio veneziano vedeva crollare progressivamente la sua potenza politica. Le velleità di resistenza a Venezia sia da parte del patriarcato che dei conti di Gorizia furono contrastate dai Veneziani che sconfissero Gorizia e poi il patriarca di Aquileia.
La pace di Treviso, 1291, divideva l'Istria tra il patriarcato, i conti di Gorizia e Venezia. Il patriarca oltre al possesso di Muggia, conservava ancora Castelvenere, Buie, Portole, Pinguente, la valle dell'Arsa, Albona e Fianona.
I conti di Gorizia ributtati verso l'interno, si limitavano al dominio dell'Istria carsica.
Venezia dominava la costa da Capodistria a Rovigno.
La questione giuridica dei diritti del patriarca sulle terre datesi a Venezia o da essa conquistate venne risolta nel 1300 con un compromesso tra la Repubblica e il patriarca Guerra per l'arbitrato di Bonifacio VIII.
La Francia portò in Istria il senso il nuovo senso della nazionalità; l'Austria la serietà della propria efficiente burocrazia di origine teresiana e giuseppina nonché il senso dello stato come istituzione.
Nel 1800 l'Istria conobbe molte ed intricate questioni che vennero in seguito a galla sul piano nazionale, linguistico, etnico e culturale, coinvolgendola drammaticamente. Nel 1815, con la restaurazione austriaca l'Istria era inserita nel "Litorale austriaco" che comprendeva anche Trieste e la contea di Gorizia.
L'Istria iniziò dentro il detto contesto una vicenda unitaria della sua storia che l'aveva vista divisa per molto tempo in due: una l'Istria già marchesato patriarchino e successivamente veneziano; l'altra l'Istria interna, povera di risorse e scarsa popolazione, detta anche l'Istria antico austriaca o contea di Pisino.
Il divergente atteggiarsi delle due realtà, una italiana cittadina e borghese ed una seconda slava in via di crescita e di acquisizione di una sua identità nazionale, sarà il primo segno in termini politici di quella che per secoli era stata una tradizione di "tranquillità sociale".
La scomparsa dell'Austria-Ungheria porterà tutta l'Istria in un'Italia impreparata a cogliere, comprendere ed affrontare le diversità culturali ed etniche nella storia della popolazione di un'area binazionale come l'Istria.
I Francesi avevano trattato la provincia come terra di conquista barattabile, al caso, con l'Austria. C'erano state le gravose contribuzioni di guerra, la soppressione di magistrature cittadine ed anche il tracollo di città rivierasche da Trieste a Corfù ed il tutto aveva contribuito a mal sopportare la presenza francese sulla regione.
Nel 1813 gli Austriaci rioccuparono la provincia, abolendo il codice napoleonico e le leggi francesi relative all'amministrazione ed all'attività giurisdizionale. Il litorale assieme alla Carniola venne compreso dentro il "regno di Illiria" parallelo al regno Lombardo-Veneto nel quale fu fatto entrare il Friuli.
Sia coi Francesi e sia con la Restaurazione ebbe termine la secolare divisione della penisola in due Istrie storiche. Il circolo creatosi a Pisino iniziava le rivendicazioni della nazionalità croata. L'Austria tendeva a favorire la croatizzazione dell'Istria togliendo il suo carattere di provincia italiana. Trieste progressivamente assimilava la popolazione slava.
Nella prima metà del secolo XIX si delinea una squilibrio etnico e sociale, causato dall'alterazione della fisionomia etnico-culturale e sociale dell'Istria, con spostamenti a favore dell'elemento slavo.
L'Istria uniformata istituzionalmente e amministativamente nel contesto austriaco, rileva fin da subito il suo aspetto etnicamente complesso nel periodo in cui l'ideale risorgimentale delle nazionalità "affratellate" si tramuta in quello postrisorgimentale dei nazionalismi che vengono a contrapporsi disastrosamente in termini di maggioranze e minoranze, di oppressori ed oppressi.
Sul piano economico nella seconda metà del XIX secolo l'Istria era orientata verso Trieste: la borghesia triestina s'occupava della finanza dell'imprenditorialità assicurativa, cantieristica e navale sul piano internazionale.
La prima guerra mondiale ebbe lo scopo di unire la "Venezia Giulia" all'Italia: la guerra fu molto dura e combattuta nelle terre della Giulia.
Esodo
Niente sospiri
caresse o baseti
i novi sposini
smontado da i leti
xe l'ultima note
note profonda
le strade le piasse
de colpi rimbomba
i pochi che passa
int'ei vicoli streti
le rece ghe stropa
i tam tam maledeti
de casse inciodade
finestre sprangade
sbaradi anche i scuri
tra quei veci muri
se ingruma le strasse*
careghe e sgabei
com e credense
sorele e fradei
port zo la roba
xe el caro che speta
tra poco riparti
la vecia careta
la porta la gente
in tera lontana
sta grossa batana
de nome Toscana
o povera Pola
i fioi te va via
ti rester sola
che malinconia
stacada la sima
su l'ancora a bordo
a tera no resta
che qualche balordo
come sardele
stivadi sul ponte
coi oci rigonfi
de lagrime sconte
girandose indrio
el cuor se tormenta
la riva la 'Rena
pi pice diventa
passada la diga
finissi l'incanto
de tuto quel mondo
non resta ch'el pianto.
(poesia dialettale di Sergio Fantasma)
Le
origini di Montona risalgono lontano nel tempo. Originariamente questa cittadina
era un castelliere celtico.
Da un'analisi etimologica di questo nome risulta che la desinenza “ona” caratteristica dei luoghi abitati dai Celti (Albona, Fianona e altre città dell'Italia settentrionale) significherebbe "luogo abitato" mentre la radice “mont” dovrebbe rappresentare monte. Pertanto Montona dovrebbe significare città di monte. Ancora oggi si rinvengono lapidi recanti nomi di antenati montonesi che appartenevano alla tribù dei Secussi, una delle tribù più notevoli della grande stirpe celtica
Nel
177 a.C., dopo una lunga guerra protrattasi con alterne vicende e la caduta
delle città fortezze di Mutila, Faveria e della capitale Nesazio, le legioni
romane sconfissero Epulo l'ultimo re degli Histri. Epulo ed i suoi preferirono
la morte alla prigionia.
Nel 27 a.C. l'imperatore Cesare Ottaviano Augusto, ristrutturò amministrativamente l'impero romano con l' istituzione di undici Regioni e la Venetia et I'Istria divennero la X Regio. Con Roma L'Istria conobbe diversi secoli di pace e prosperità. Le navi romane si addentravano nell'Istria attraverso il fiume Quieto allora navigabile.
Questo è dimostrato da lapidi e tombe scoperte lungo le rive, secondo la tradizione romana perché ricevessero e dessero il loro saluto ai naviganti.
L'Istria rimase indenne dalle prime invasioni barbariche poiché essa era lontana dalle grandi strade imperiali. L'invasione degli Unni lasciò integre le città istriane, infatti, molti fuggiaschi di Aquileia, che fu distrutta da Attila nel 452 d.C., trovarono un posto sicuro in Istria. L'istria rimase indenne anche durante il dominio dei Goti e dei Bizantini. Nel 539 Belisario, generale dell'imperatore Giustiniano, riconquistò l'Istria strappandola ai Goti e assoggettandola all'impero bizantino (Impero Romano d'Oriente) fino al 751. Nel 804 Montona apparve per la prima volta in un documento e cioè nel Placito di Risano, atto di particolare valore storico e politico, in quanto i rappresentanti di Montona insieme alle altre cittadine protestavano contro il governo del duca Giovanni e contro le prime calate degli Slavi a loro volta incalzati da altri invasori.
Nel
929 Montona insieme a Pisino, Visinada, Campo, Nigrignano e Torre vennero cedute
dal re Ugo Italia ai Vescovi di Parenzo. Non si trattava di una donazione
completa, in quanto al Comune spettava la libera giurisdizione In cambio della
cessione delle decime.
Nel 1209 i patriarchi di Aquileia conquistarono il potere politico in Istria, ma la cittadina rimase sotto il governo ecclesiale e baronale del patriarcato per un breve periodo perché nel 1278, per liberarsi dal regime feudale,le città istriane consideravano Venezia la continuazione del prospero dominio romano non potendo dimenticare l'affinità delle genti.
Venezia
aveva l'interesse di rendersi amici i popoli italici per estendere il suo
dominio in Adriatico e lo faceva rispettando gli statuti comunali e chiedendo,
in cambio, fedeltà e modesti tributi. Montona fu, in ordine di tempo, la quinta
città istriana, dopo Parenzo (1267), Umago (1269), Cittanova (1270), San Lorenzo
(1267) a dedicarsi a Venezia.
La dedizione segna il definitivo passaggio dal sisterna feudale al trionfo del municipio italico. Nello stesso anno Andrea Dandolo fu eletto il primo podestà di Montona.
Nel 1797, con l'avvento delle armate napoleoniche si conclude la lunga serie dei podestà veneti.Per cinque secoli, Montona fu una fedele città veneta e una sentinella contro i tentativi di espansione territoriale dell'Austria che nel frattempo aveva acquisito la vicina contea di Pisino. Montona però era importante non solo dal punto di vista militare ma anche da quello economico.
Il vicino bosco di
"San Marco" forniva legname per l'Arsenale e per l'edilizia di Venezia. Nei
secoli seguenti Montona fu colpita molte volte da guerre e pestilenze, ma il
ripopolamento attuato da Venezia per motivi economici e demografici, non ne
alterò mai, a livello etnico, il tessuto urbano. 
Nel 1797, con la fine della Serenissima, Montona passò all'Austria e vi rimase fino al 1803 quando occupata dai Francesi, fu posta sotto il governo di Trieste.
Nel 1805, per volontà di Napoleone, passò sotto il Regno Italico e nel 1813 ritornò sotto il dominio dell'Austria.
L'Austria,
dopo il tentativo fallito di germanizzazione dell'Istria e preoccupata per la
nascita del Regno d' Italia e per le sue mire espansionistiche sulla Venezia
Giulia, iniziò un'opera di snazionalizzazione nei confronti degli italiani
favorendo gli Slavi e contemporaneamente sobillandoli contro gli Italiani. Nel
1918, al termine della Prima guerra mondiale, con l'annessione dell' Istria all'
Italia e con l'entrata in vigore del Trattato di Pace si dà inizio a una
profonda ristrutturazione economica e amministrativa della Venezia Giulia.
Vi fu un esodo limitato dal territorio da parte di elementi austriaci, magiari e di slavi per lo più impiegati austriaci, militari e gendarmi che fecero ritorno alle loro case. Vi fu nell'Istria come in tutto il territorio nazionale una grave crisi economica e sociale.
Tuttavia,
con l'avvento del fascismo, furono attuate grandi opere pubbliche che migliorano
notevolmente l'economia locale e anche la vita sociale. Tra queste, l'acquedotto
che risolse in gran parte il problema idrico all'interno dell' Istria. L'avvento
del fascismo incise profondamente sul rapporto tra gli Italiani e gli Slavi.
Nella regione giuliana si sviluppò fin dal 1919 un 'fascismo di confine' il cui
compito era la lotta contro l'internazionalismo socialista e il nazionalismo
slavo. 
Non si mirava a colpire l'elemento slavo, ma quanti tendevano a creare una situazione di disordine anche attraverso attentati dinamitardi. La lotta politica tra fascismo e comunismo non fu dissimile rispetto alle altre regioni italiane.
Molti Slavi che non volevano essere italianizzati diventarono comunisti e furono perseguitati come gli altri comunisti italiani. In questo modo nacque il binomio "italiano-fascista" e "slavo-comunista". La seconda guerra mondiale finì con l'inasprire gli animi e, dopo l'armistizio tra l'ltalia e le potenze alleate (8 settembre 1943), gli slavo-comunisti ebbero buon gioco nell'occupare gran parte dell'Istria.
Nelle campagne montonesi i partigiani uccisero diversi contadini che si erano rifiutati di aderire alla Yugoslavia. Mentre nel resto della provincia gli slavo-comunisti uccisero centinaia di italiani, la gran parte operai e contadini, la popolazione di Montona fu risparmiata dall'odio. L'occupazione tedesca, nell'ottobre 1943, provocò gravi lutti ma ancora una volta Montona, grazie ai suoi cittadini, ne uscì indenne. Si armò, vi furono oltre 300 volontari a difendere la propria italianità, e alla fine della guerra pagò con l'uccisione di decine dei suoi figli.
Tra il 1943 e il 1945, nella Venezia Giulia, furono oltre 15.000 le vittime dei partigiani iugoslavi.
Il 98% della popolazione di Montona ha lasciato la cittadina per esiliare per la maggior parte in Italia, Stati Uniti, Australia e in altri stati esteri. Per duemila anni Montona, pur sottoposta a varie dominazioni, si è sempre voluto chiamarla cosi', ora si é voluto chiamarla Motovun come facevano i popolani slavi dei dintorni, data la loro poca dimestichezza con la lingua latina.
Oprtalj
è una cittadina pittoresca al nordovest dell’Istria, situata su una colina
piuttosto alta (378 m di altezza). La cittadina viene menzionata già dal 1115.
Nel Medioevo era la sede di vari poderi feudali, cambiand
o
così diversi signori feudali tra cui anche la Chiesa.
Dall’ inizio del XVI secolo, quando venne sotto il dominio veneziano, fino alla metà de XX secolo continuarono ad alternarsi i domini – la Francia ,l’Austria, l’Italia.
Nel 1993, con la
nuova organizzazione territoriale della Croazia, diventa comune. Il comune di
Oprtalj copre la superficie di 70
km2
sulla quale vivono 1100 abitanti ed è dunque uno dei comuni più piccoli dell’
Istria.Il mite clima mediter-raneo, le coline piene di sole, l altipiano di
Zrenj creano condizioni favo-revoli allo sviluppo di viticoltura, olivo-coltura,
frutticoltura e allevamento del
bestiame.
I boschi offrono una ricca varietà di funghi, tra cui il famoso tartufo di sapore squisito e proprietà afrodisiache. La zona è abbastanza ricca di flora e fauna il che favorisce la caccia.
La
chiesa parrocchiale
di Oprtalj
è dedicata a
San Giorgio. La sua costruzione risale al 1517, mentre il campanile fu iniziato
nel XVI secolo e terminato
nel 1740.
Castellier:
piccolo antico mondo rurale
(del Prof. Elio Musizza )
Nel rapido e snervante vivere quotidiano, nell'inquietudine della vita in città, nonostante il progresso avvertito pure nei centri minori, vi rimane qualcosa di originale che suggerisce delle note caratteristiche da rievocare.
Il trascorrere le
giornate e le notti in un paesotto rurale come in quel di Castellier presso
Parenzo, ti riporta a degli anni addietro in cui si assaporava la vera vita
contadina, se non altro per il comportamento della gente che
insiste
nel far rivivere delle tradizioni rurali e religiose.
Al cigolio dei carri con il bue, la vacca, il mulo o l'asino, si e sostituito il rumore fragoroso dei trattori, delle zappatrici, mentre il passaggio dell'unico bue "Boscarin" diventa una gran curiosità ed una rarità.
Per fortuna, di buon mattino, ci si può sempre svegliare con il canto del gallo, con il gracidar delle rane, l’abbaiare di un cane ed il suono del "mattutino" dai vari campanili vicini e lontani.
Al mattino gran brusio dei lesti agricoltori moderni, seguiti da tutte le possibili attrezzature moderne, ma pure di coloro che partono con la zappa, la falce o il forcone in spalla.
Solo qualche anziano si porta all'ombra del bagolaro sul sagrato della chiesa, di solito osservando come tutto intorno sta cambiando, mentre si rievoca i tempi passati, le fatiche, le insidie della guerra, le vecchie usanze...
Il prete esce solitario, seguito da alcune vecchiette, dalla prima funzione del mattino, mentre i giovani e le giovani, gli adulti entrano nelle corriere che li porteranno a lavorare nelle aziende alberghiere "Riviera", "Plava laguna", "Lanterna"...
Mentre la mattinata passa nel più profondo silenzio del paese quasi deserto, nel primo pomeriggio tutto ritorna assai più movimentato con il ritorno del lavoratori stagionali del turismo che si reverseranno anche loro nei campi oppure a continuare i lavori di costruzione di case, garage, magazzino-granai e via dicendo.
Le case nuove sorgono come funghi, mentre si ristrutturano vecchi caseggiati e vi si aggiungono delle costruzioni annesse.
Ma la gente rimane la stessa d'un tempo, assai premurosa verso il vicino, sempre pronta a collaborare, a prestare attenzione al passante "foresto", attratta nei giorni abituali dalla musica allegra di qualche veicolo che porta il pesce fresco...
Qualche
volta il suono delle campane si inserisce nell'orario abituale per annunciare
per qualsivoglia cittadino il passaggio "a miglior vita": si suonano le campane
anche per i morti lontani nati nella località, ma disseminati in tutto il mondo,
mentre in un baleno si sparge la notizia del compaesano mancato o sepolto.
La vita religiosa continua come nei decenni passati, rispettando usi e tradizioni: la domenica non si lavora la terra, cosi pure nelle altre giornate di festività religiosa, per non parlare poi dei santi patroni S. Cosma e S. Valentino, con il ripetersi delle processioni per il paese che non vennero mai abolite o proibite nemmeno durante gli anni del potere popolare e socialista.
Il Corpus Domini di questi giorni viene preparato come di consuetudine, con gli altari addobbati lungo le vie principali del paese, dove passera la processione con le tappe d'obbligo ai piedi degli altari, con i canti religiosi in lingua slava, intonati di solito dalle donne raccolte insieme e divise dagli uomini.
Tutto e rimasto come nei secoli precedenti, sia i riti religiosi che le usanze della buona tavola imbandita come di tradizione, mentre i sacerdoti ospiti e presenti per arricchire il cerimoniale si soffermeranno nel paese in una delle famiglie piu in vista (almeno per tradizione) per consumare assieme il pasto festivo.
Il conversare
della gente richiama l'attenzione dei forestieri, anche perché il dialetto slavo
ha una caratteristica particolare nell'introdurre parole italiane
deformate, mentre per tutti e normale parlare anche l'istro veneto e allora si
che si avverte il miscuglio del dialetto slavo e croato pulito del dialetto
istro-veneto con delle parole in vero italiano, anche perché la televisione o
RAI TV e di casa ovunque.
Ecco una nota di un vivere più tranquillo, dove il tradizionale fa posto al moderno e viceversa, dove si respira ancora un'aria più pura.