UN PATRIMONIO NATURALE
IN UN PATRIMONIO
STORICO-CULTURALE:
I
PALU'
TRA LIVENZA E MONTICANO
Proposta di tutela e vincolo
A cura del WWF sezione di Villorba (TV)
1-6-1998
1.
I palù: intreccio di dati storici ed ecologici
"Antiquum
imo antiquissimum": i palù
beni comunali
1600:
lo scorporo dei beni comunali
2.
Oggi: persistenza delle caratteristiche naturalistiche
3.
Struttura ed ecologia dei palù
4.
Unità paesaggistiche di conservazione
Unità
paesaggistica A: le Sère
Unità
paesaggistica B: i palù
Unità
paesaggistica C: le Sàngole
Unità
paesaggistica D: le Piane
Unità
paesaggistica E: Acqua della Levada, sorgenti e ambito fluviale dell'Albina
Unità
paesaggistica F: sorgenti del torrente Aralt
Unità
paesaggistica G: Bar de Spin
Unità
paesaggistica H: ambito fluviale della Zigana
5.
Proposta di vincolo
Preziosità
e fragilità dei palù. Rischi di devastazione
a) Caratteristiche di notevole interesse idro-geologico
b) Caratteristiche di notevole interesse per la storia del paesaggio
c) Caratteristiche di notevole interesse biogeografico e bioclimatico
d)
Caratteristiche di notevole interesse morfologico e paesaggistico di non comune
bellezza
e) Notevole interesse dell'area ai sensi della Legge n° 1496/1939
6.
Tutelare i palù.
1)
Biotopi e toponimi
2)
Palù e zone umide: esperienze attuali di tutela in Italia ed Europa
Allegati
Studi:
1-
Begotti Pier Paolo, "Aspetti di Storia sociale negli ultimi secoli del
medioevo", in Codognè. Nascita e
sviluppo di una comunità trevigiana di pianura tra Livenza e Monticano,pp.
77-82
2-
Begotti Pier Carlo, "Saggio introduttivo alla toponomastica codognese",
in Codognè.
Nascita e sviluppo di una comunità trevigiana di pianura tra Livenza e
Monticano, pp. 5-21
3-
Della Bella Giuliano, "Codognè: territorio ed ambiente", in Codognè. Nascita e sviluppo di una comunità trevigiana di pianura tra
Livenza e Monticano,pp. 609-630.
4-
Passolunghi Pier Angelo, "L'insediamento agricolo di Santa Maria di Follina
in Codognè", in in Codognè. Nascita
e sviluppo di una comunità trevigiana di pianura tra Livenza e Monticano,,
pp. 59-76
5-
Pitteri Mauro, "Il "Paludo" comunale di Codognè e la sua
riduzione a coltura", in Codognè.
Nascita e sviluppo di una comunità trevigiana di pianura tra Livenza e
Monticano,pp. 171-188
6-
Pitteri Mauro, "Alle radici della crisi agraria del coneglianese durante la
dominazione veneziana: lo scorporo seicentesco dei beni comunali" in Storiadentro
, n°
5-1989, pp.8-32.
7-
Pitteri Mauro, "Il regime fondiario del Coneglianese a metà '700" in Storiadentro
3. Alcuni aspetti del Settecento nel Trevigiano e nel Coneglianese",
Conegliano 1980, pp.101-120
8-
Pitteri Mauro, "L'utilizzazione del suolo nel Coneglianese del '700" in Storiadentro
3. Alcuni aspetti del Settecento nel Trevigiano e nel Coneglianese",
Conegliano 1980, pp. 121-163.
9-WWF
Sezione di Villorba, Un'intero sistema di
risorgive alberato sepolto dall'autostrada, Uno studio di impatto ambientale
sull'autostrada A28 Conegliano Pordenone- Estratto
10-
Zanussi Marisa. Tracce di romanità nel
territorio di Codognè. Un caso di sovrapposizione centuriata, in Codognè. Nascita e sviluppo di una comunità trevigiana di pianura tra
Livenza e Monticano,pp.23-58
Carte storiche
-
Carta del Regno Lombardo-Veneto, 1833
-
Carta IGM, rilievo 1890, aggiornamento del 1932
-
Archivio Stato Venezia, Miscellanea Mappe, dis.144
-
A.S.Venezia., Provveditorato Sopra i Beni Comunali, busta 230, anno 1605
-
A.S.Venezia, Provveditorato Sopra i Beni Comunali, busta 177
-A.S.Venezia,
Provveditorato Sopra i Beni Comunali, busta 177, disegno di Stefano
Segato 1688
-
A.S.Venezia, Provveditorato Sopra i Beni Comunali, busta 177, fascicolo Codognè,
disegno del perito Banvenuto Bardin del 1669
-
A.S.Venezia, Provveditorato Sopra i Beni Inculti, TV M. 10/A dis.1, disegno di
Francesco Cuman del 1689.
Estratti di cartografia con individuazione delle zone
interessate
TAVOLA
1, Aree di cui si propone il vincolo, (su base Carta Tecnica Regionale 1:10000)
TAVOLA
2, Aree di cui si propone il vincolo, (su base Carta Tecnica Regionale 1:10000)
-
Piano Regionale di Risanamento delle Acque. Scelte di Piano, Tav.3.1
-
Piano Regionale di Risanamento delle Acque. Aree tributarie dei principali corpi
idrici, tav.
-
Piano Regionale di Risanamento delle Acque. Carta Piezometrica dell'acquifero
principale.
-
Carta delle Unità Geomorfologiche del Veneto
-
Carta Idrografica Consortile
Documenti
-
Biotopi dei Palù protetti in Trentino Alto Adige
-
Strategia Paneuropea per la Conservazione della Diversità Biologica e del
Paesaggio
-
Documento PEGASO
-
Inventario Federale delle zone palustri (Svizzera)
I PALU': INTRECCIO DI DATI STORICI ED ECOLOGICI
La
zona descritta in questo studio e per la quale si chiede un vincolo di
protezione e salvaguardia, è la zona localmente detta "i
palù", secondo un significativo toponimo (con altre particolari
varianti locali, come vedremo) che indica un particolare paesaggio agrario
originatosi da un 'antica originaria palude,
collocato sulla fascia delle
risorgive tra Monticano e Livenza, nel territorio dei Comuni di S.
Vendemiano, S. Fior, Godega S. Urbano, Codognè, Orsago (provincia di Treviso) e
caratterizzato da un fitto reticolato di corsi di risorgiva alberati da filari
di siepi, due considerevoli elementi presenti in tale misura da caratterizzare
queste zone come zone umide e boscate,
di particolare valore culturale, ecologico ed estetico. La natura paludosa di
questo territorio, insieme ad altre caratteristiche ecologiche che esamineremo
più dettagliatamente nel corso della relazione, è stato il dato di partenza
sul quale si è basata la secolare gestione di questo territorio di non facile
domesticabilità, data l'imponente presenza dell'acqua, i fenomeni di ristagno
ed esondazione, il rigoglio della vegetazione.
Nelle
carte IGM attuali ben 5 volte è ripetuto in successione il toponimo palù, segnando con queste diciture un'area non indifferente per
ampiezza e caratteristiche peculiari, confermata da un corollario di altri
microtoponimi, quali "fontane",
"Sère" (Typha
latifolia), "Sàngole",
"bar de spin" (siepe di
spine), "camòi" (campi
umidi, molli), "bosco", che
fanno tutti riferimento agli elementi caratteristici delle zone umide (fig. 3,
carta dei toponimi).
L'excursus
storico che ora presenteremo ci mostra come proprio questo dato ecologico forte
nel corso dei secoli sia stato gestito in maniera particolare dagli abitanti
locali, che hanno gestito i palù creando:
1)
un fittissimo reticolo di rogge e fossati,
2)
campi chiusi da alberature e fasce boscate
3)
sopraelevatura dei campi con la tecnica cosiddetta dei "campi a schiena
d'asino"
4)
gestione di vaste praterie.
Tali
segni permangono visibili ancora oggi, insieme all'integrità della zona non
ancora infrastrutturata, a segno di un patrimonio ecologico che oggi ereditiamo
da una lunga gestione storica e culturale.
Esistono
numerose testimonianze archivistiche e di letteratura storica che parlano del
territorio dei palù, tra Monticano e
Livenza, territorio in cui la presenza dell'uomo, dentro o ai bordi dei palù,
è documentata fin dal Neolitico
(cfr. allegato n°2, n°3, n° 10 pp-48-56 e fig. n° 1), per cui i palù
qui in considerazione sono parte di
un'ampia rete di insediamenti dell'uomo preistorico rinvenuti proprio in questo
tipo di siti, (tracce di insediamenti di epoca preistorica, con presenza di
manufatti litici sono state segnalate a sud dell'abitato di Bavaroi, Orsago, dal
Consorzio di Bonifica sinistra Piave, Piano Generale di Bonifica, pag. 220).
Questa
è stata dunque la prima relazione dell'uomo con questi luoghi.
La
successiva e più importante modificazione del paesaggio è rappresentata dalla
sistemazione agraria compiuta dai romani attraverso la centuriazione (allegato n°10
e fig. 2). Dopo la caduta
dell'Impero Romano e per tutto l'Alto Medioevo, si verificò nel territorio un
generale dissolvimento dell'organizzazione territoriale e un generale
rinselvatichimento della zona, riconquistata da vegetazione spontanea, boschi e
paludi.
Un
periodo di rinnovamento e di promozione segue con la presenza in zona dei monaci cistercensi, specialisti nella rinascita di terreni
abbandonati acquitrinosi, la cui prolungata presenza nella zona è ampiamente
documentata (cfr. allegato 4).
Il
quadro storico-documentario che presentiamo di seguito si concentra invece su un
periodo storico estremamente significativo per le vicende dei palù,
il XVII secolo, periodo utile a comprendere la situazione ecologica e
storica dei palù sia nelle epoche
precedenti il '600 che nelle epoche successive, permettendoci di capire come,
trasformandosi e conservandosi, i palù
siano giunti fino a noi in epoca attuale. Per comprendere tali passaggi il XVII
secolo costituisce il periodo cruciale e il più ricco di testimonianze anche cartografiche.
Il
quadro che presentiamo è una sintesi di documenti, carte storiche e testi che
sono allegati.
"ANTIQUUM
, IMO ANTIQUISSIMUM": I PALU' BENI
COMUNALI
Il
territorio di cui ci occupiamo in questo scritto, ha una chiara e sicura origine
da ampie zone paludose, prative, surtumose e boscose seguite al periodo glaciale
(Allegaton°3, pag. 609 e segg.).
La copertura vegetale di nuova costituzione sui terreni ghiaiosi e
sabbioso-argillosi di recente formazione (generati sia da alluvionamenti ed
erosioni del Piave che attraversava queste zone con ampie divagazioni, sia dai
corsi d'acqua minori, spesso a carattere torrentizio, e da quelli nati da
risorgive che hanno caratterizzato, con la loro azione, situazioni locali), si
può presumere fosse costituita da un'associazione vegetazionale a
Querco-Carpinetum tipico del clima medio europeo planiziale umido, costituita da
una foresta mista a farnie, roverelle, carpini, e frassini, sostituita tuttavia,
lungo i numerosi corsi d'acqua dal bosco igrofilo a salici, pioppi e ontani e da
paludi con cannuccia d'acqua (Phragmites), mazzasorda (Typha) e nelle zone più
profonde, dal lamineto o dal nufareto (allegato 3, pag. 610 e seg.).
Ancora
all'inizio del XVI secolo, paludi e acquitrini occupano gran parte del
territorio compreso tra il Meschio e il Monticano, solo interrotti qua e là da
pascoli e boschi.
"Queste
terre ancora incolte erano di proprietà pubblica e venivano sfruttate dai
residenti dei villaggi limitrofi ossia Codognè, Cimetta e Roverbasso; ma anche
Bibano, S. Fior, Bavier e Pianzan, centri delle Podesterie di Portobuffolè,
Sacile, Conegliano e Serravalle. In questa congerie di confini era difficili
stabilire ove terminassero le giurisdizioni dei vari villaggi e così tutti quei
sudditi avevano il diritto di sfruttare
in comune le risorse che la palude poteva offrire.
Nello
Stato di Terraferma, ma specie nella Trevisana, la Repubblica di Venezia aveva
rivendicato a sé il diretto dominio di tutti i terreni destinati ad uso
pubblico, lasciandone però l'usufrutto perpetuo a quelle comunità di villaggio
che da sempre vi avevano condotto al pascolo i propri animali o vi avevano
tagliato legna ed erba. Nel Veneto questi fondi prendono il nome di beni
comunali e non possono essere ridotti a coltura, ma devono rimanere a
pascolo e a bosco" (M. Pitteri, Il
"paludo…", allegato n° 5,
pag. 171) I luoghi di cui si parla ampiamente in questo importante articolo
dello storico Mauro Pitteri e negli altri documenti che ora citeremo, sono
proprio i cosiddetti palù tra
Monticano e Livenza (rappresentati nella figura 4). Utilizzeremo quindi
ampiamente lo scritto dello studioso M. Pitteri
(allegato n° 5) perche, benché sia stato costruito per illustrare la
storia del Comune di Codognè, parla ampiamente (come anche altri articoli,
allegati n° 1-2-3-4-5-10) proprio
della zona oggetto del nostro studio, che si colloca a cavallo con il Comune di
Codognè.
Sui
modi d'uso dei beni comunali, invece, rimandiamo agli allegati n° 6, 7 e 8,
sempre dello studioso Mauro Pitteri.
E'
a partire da questo quadro storico-geografico che si comprende la natura
profonda dei palù di cui qui si
tratta: la loro caratteristica è infatti quella di un particolare intreccio di
natura e storia: una natura particolare e difficile, quella paludosa, e una
storia conseguente e intrecciata alla natura, quella della gestione collettiva e
comunitaria dei luoghi paludosi e di confine tra vari paesi .
Come
afferma lo storico P.C. Begotti, "le vicende storiche successive hanno
portato ogni villaggio a gravitare attorno a differenti centri di aggregazione,
ma l'antico legame è rimasto proprio nel possesso collettivo di quei boschi e
di quelle paludi" (P.C. Begotti, Aspetti
di storia sociale negli ultimi secoli del Medioevo, allegato n° 1, pag.
78-79). Le paludi, infatti, come un'ampia e recente letteratura anche straniera
ha portato alla luce (C. Merchant, La
morte della natura, Thompson, Whigs e
cacciatori, A. Zagli Risorse
collettive, ecc) costituivano una
risorsa economica complementare non indifferente per la popolazione locale che
vi praticava la caccia, la pesca, la raccolta di legname e frutti selvatici, di
strame e di erbe palustri per vari tipi di impaglio o per la costruzione dei
tetti delle case, e infine i pascolo per vari tipi di animali. "L'incolto
serviva per la rotazione delle coltivazioni o anche quale riserva per pascolo,
sfalcio o nuove prevedibili arature" (P.C. Begotti, allegato n° 1,
pag.79). Si vedano, ancora
nell'articolo di Pitteri, le frequenti suppliche delle popolazioni locali
e dei loro rappresentanti di comunità per la conservazione dei beni
pubblici collettivi usati per il pascolo (M. Pitteri, allegato n° 5, pag.
171-172).
La
datazione della gestione collettiva di queste risorse può essere fatta risalire
al periodo alto medievale: in un importantissimo documento del 1351 si legge che
in tale data i rappresentanti di Campocervaro, Cimetta, Zoppè e S. Fior di
Sotto chiesero il rinnovo di un'investitura feudale su alcuni beni comuni, che
le loro instrumenta facevano risalire
al 1298, su una delega che era stata rilasciata dai "comuni e dagli
uomini" dei loro villaggi. Il feudo è detto antiquum,
imo antiquissimum, che nella terminologia dell'epoca significava "oltre
la memoria umana" (P.C. Begotti, allegato n° 1, Aspetti
di storia sociale negli ultimi secoli del Medioevo, pag.77). L'autore fa
risalire questa antichità del "ricordo umano" ad atti regi ed
imperiali di delega risalenti ad almeno 4 secoli prima, fino al diploma di
Ottone del 6 agosto 962 (P.C. Begotti, allegato n° 1,
Aspetti di storia sociale negli
ultimi secoli del Medioevo, pag. 78). L'atto del 1351 chiarisce anche il
significato del toponimo "Cimavilla: " la palude e il bosco, essendo
beni comunitari incolti, non erano stati in alcun modo urbanizzati, se si
escludono quelle poche opere (sentieri, viottoli, capanni ecc.) indispensabili
per il loro sfruttamento economico.
Ai margini cominciavano a esserci campi, prati, strade, case, segni
inequivocabili della presenza di strutture costituenti un centro rurale: in una
parola, l'inizio, l'estremità, il capo del villaggio o, in altri termini, la cima
della villa" (C. Begotti, allegato n° 2, Saggio introduttivo alla toponomastica codognese, pag.
7).
A
testimonianza della natura originaria paludosa e collettivamente gestita, altri
numerosi e coerenti indizi si offrono. In via Fontane-Palù, a Zoppè, un
piccolo gruppo di case, ancora nel 1800 è indicato come "case del
Comune" (in carte più recenti denominate come "casère"), cioè
insediate nel mezzo di terre di uso collettivo. Una "via Palù" si
trova ancora a S. Vendemiano e una "Via palù" è a S. Fior di Sotto,
oltre ad alcuni microtoponimi come "le Prese", che indicano ancora
l'antica presenza dei Beni Comunali (vd.per es. San Fior, Il Leggicittà, ed.
1995/96), o "Le Comune", in Comune di Godega.
Un
altro indice di insediamenti ai margini di un luogo incolto si ha nella
denominazione medievale di una località limitrofa alla palude, denominata Villanova, (Campocervaro, 1282, cfr. P. C. Begotti, allegato n° 2, Saggio
introduttivo alla toponomastica codognese, pag. 14), mentre i possedimenti
benedettini nella zona erano definiti "beni del monastero di Sanae
Vallis (P. A. Passolunghi, allegato n° 4, L'insediamento agricolo di S. Maria di Follina in Codognè, nota n°
9, pag. 68), secondo un tipico
procedimento della inculturazione benedettina, che ridenominava con nomi
augurali proprio le zone palustri nelle vicinanze dei quali si insediavano i
monasteri dei monaci che in seguito si applicavano alle sistemazioni idrauliche
dei territori paludosi (cfr. L. Ghizzo, Gruppo Romit, Il paesaggio agrario della pianura centro-occidentale, Crocetta del
Montello, 1987).
Il
contratto del 1282 di acquisto di beni da parte del Monastero di Follina in
località Capocervaro, documenta la presenza certa di terra
communis confinante con le terre di recente acquisizione da parte del
monastero (P.A. Passolunghi, L'insediamento
agricolo…allegato n° 4, pag. 59 e pag 62-68), di terra "guarbe"
cioè disabitate, incolte, non ancora dissodate, e di terreni palustri che
confinavano con l'ampia palude, da Campocervaro in direzione di Zoppé, e cioè
dietro la loro "granza", palude quod
est comune habitatoribus monasterii de la Folina (P.A. Passolunghi, L'insediamento
agricolo…, allegato n° 4, pag.
62 e seguenti).
Per
quanto riguarda la ricchezza idrografica del territorio, essa è documentata fin
dall'epoca medievale. Il catasto dell'Abbazia della Follina che in zona aveva
vari possedimenti spezzettati, documenta inequivocabilmente la presenza delle
acque ancor oggi presenti nel territorio, e della palude stessa entro la quale
l'abbazia aveva dei possedimenti, a complementarietà delle proprie
"granze" site in vari luoghi del limitrofo comune di Codognè
(allegato n° 4, pag. 62 e seg).
Ancora
nel 1609, il podestà-capitano di Conegliano, Marco Magno, scriveva: "V'è
l'acqua di tre fontane, che nascono nelle ville di San Fior, Zoppè, et Cimetta
di questo territorio, quali unite insieme fano un'aqua piacevole, che poi
finisse nel Monticano, sopra quest'aqua nella sudetta villa di Cimetta si
ritrovano rode otto di mollini" (Archivio Stato Venezi, Collegio,
"Relazioni" b.40, 1 agosto 1609. Cfr. anche allegato n°2, pag. 9-10).
L'acqua di cui si parla è il Ghebo; testimonianze
dei numerosissimi mulini, installati proprio nelle acque di risorgive che in
questi territori venivano alla luce e
che poco più a sud confluivano in corsi di notevole portata, sono presenti
ancora oggi (cfr. per es. località Molino di Sopra, adiacente i palù, figura 3
o 4, e cfr. Pitteri M., allegato n° 5, pp. 186-187, dove si riportano disegni
di mulini del 1600).
Un'altra
importantissima zona di beni comunali era situata ad est della zona dei comunali
citata: si tratta del grande appezzamento definito "èl palù mazor", il palù
maggiore, le cui vicende storiografiche dettagliate si possono seguire
nell'interessantissimo scritto di Mauro Pitteri, Il paludo comunale di Codognè e la sua riduzione a coltura , secoli
XVI-XVII (allegato n°5) e nelle importantissime cartografie storiche
allegate.
Nel
1605, la Repubblica ordina il censimento di tutti i Beni Comunali del Trevisano
e del Friuli. Il risultato dell'operazione è dato da una serie di mappe che
rappresenta la più antica rilevazione cartografica di una certa sistematicità
del nostro territorio (A.S.V., Provveditore Sopra Beni Comunali,
bb.266-274-280).
Parte
dei Beni Pubblici era stata "scorporata", privatizzata o usurpata nel
corso dei secoli XV e XVI e quindi, pur essendo di notevole estensione, ciò che
viene censito nel 1605 è il frazionamento di un vero e proprio antico latifondo
riservato all'uso pubblico e destinato al pascolo, al bosco e alla palude.
Infatti il "palù mazor" di
Codognè (M. Pitteri, Il paludo…,
pag. 175) mediante un'acqua oggi comparsa, la Frattuzza, confinava con i beni
comunali di Cimetta e con un altro corpo comunale chiamato anch'esso "palù
mazor" sito a S. Fior di Sotto. Ampio altri 100 ettari e con un bosco
di roveri, di 25 ettari (un esteso campo denominato "èl camp dei
rori" è rinvenibile a Zoppé, a memoria degli anziani del luogo),
riservato alla Repubblica per la sua cantieristica in arsenale. A sua volta il
"palù mazor" di S. Fior di Sotto era unito dalla Regia strada
Ongaresca a una vasta estensione di Pascoli Pubblici, il Campardo, ampia nel
1605 circa 600 ettari, compresa fra Godega, Pianzano, Baver, Orsago,
Colle,Castel Roganzuolo, e S. Fior di Sopra. Per poi proseguire in terra
coneglianese verso Cimetta e Zoppé, ricongiungendosi più a sud ai vasti
pascoli di Mareno, Soffratta, Tezze e Vazzola (A.S.VE., Miscellanea Mappe 349).
Nel secolo XVI, nelle carte del Consiglio dei Dieci (Archivio
di Stato di Venezia, Cons. X, Comuni, reg.12, cc.21-26, giugno 1537) si
parla di un conflitto tra le comunità di S. Fior e quelle di Cimetta per il
riscatto di beni già comunali, per un valore di 4.000 ducati ed un'estensione
di 320 campi.
Siamo
già dunque di fronte a un latifondo superiore ai 1000 ettari senza soluzione di
continuità, visibile ancora in mappe del primo Ottocento (G. Marson, Il fiume Livenza, Treviso-Canova 1997).
Ma
ancor più ampio, nei secoli precedenti, come testimoniano i numerosi coltivi
che hanno come toponimo "al Campardo" o "al Palù"
registrati di proprietà privata negli Estimi Trevisani (A.S. TV, Estimo
1540-46). E come dimostra la chiesa di S. Bernardino, costruita nel 1461
"in bocca al Campardo", nei cui pressi si svolgeva un grande mercato
settimanale di bestiame (A.S.VE, Provveditore sopra Beni Comunali, b. 180).
.
1600: LO SCORPORO DEI BENI COMUNALI
"Pascoli,
prati e in misura minore, boschi comunali assumono un'importanza decisiva per
l'economia di questi villaggi. Grazie ai fondi pubblici, anche la parte più
povera della popolazione riusciva a ricevere qualche beneficio, affittando, se
non altro, la presa d'erba ricevuta o allevando qualche pecora. E prosperava una
classe di ricchi mazieri, conduttori di buone aziende e allevatori di un
cospicuo numero di animali che potevano stabulare grazie ai prati pubblici: Per
quasi tutta la prima metà del Seicento perdurerà la situazione di relativo
benessere delle ville coneglianesi: ma a partire dal 1647, la Repubblica farà
valere i suoi diritti di proprietà, iniziando gli scorpori dei beni comunali
per finanziare le guerre contro i Turchi. […] Così, nel 1647 il Senato
veneziano decreta le alienazioni dei beni comunali" (Pitteri, allegato n°
6, pag. 14).
Lontane
vicende e lontani conflitti, fanno dunque sentire pesantemente i loro effetti su
queste contrade locali e sui palù in
questione. L'articolo di M. Pitteri sul "paludo mazor" (allegato n°5),
descrive minuziosamente la vicenda della riduzione a coltura di questi beni
comunali.
Nel
giro di un secolo e mezzo, la rotazione grano-mais soppianterà i pascoli dei
beni comunali, sostituendo colture prative con coltivi aratori. "Proprio
l'estensione dei coltivi toglie spazio all'allevamento bovino, che è invece
l'unico modo per avere quel letame necessario al ristoro dei seminati. Siamo di
fronte ad un evidente circolo vizioso che non tarderà a far sentire i suoi
effetti negativi e che è fra i motivi principali della crisi che attenaglierà
le campagne venete del XVII secolo" (M. Pitteri, "Il Paludo …, pag.
180).
Si
avvia alla conclusione, quindi, il periodo quasi millenario di gestione comunale
dei palù, che saranno tutti
privatizzati nei secoli successivi.
OGGI: LA PERSISTENZA DELLE CARATTERISTICHE
NATURALISTICHE
I
palù sono costituiti dunque da una componente di origine
naturalistica (la presenza dell'acqua e delle risorgive, della palude, della
vegetazione folta) e da una componente antropica e storica (gestione collettiva
e comunista-comunitaria). La comprensione di questo particolare paesaggio,
dunque, deve necessariamente prendere in considerazione i due elementi (naturale
e antropico) dei quali i palù sono
costituiti. Come si vedrà dalle descrizioni delle unità paesaggistiche di
conservazione (cioè dove maggiormente sono conservate le caratteristiche dei palù),
gli elementi di rilievo sono costituiti sia da elementi naturalistici che da
segni dell'intervento dell'uomo attraverso regimazione dell'acqua, appoderamenti
a schiena d'asino, costituzione e gestione dei filari di siepi, conservazione di
un territorio senza interventi abitativi o infrastrutture per l'insediamento
ecc.
Non
è infatti un caso che proprio i palù,
derivati da un'antica originaria palude, siano stati gestiti fino al '600 come beni comunali: questa gestione infatti si
è imposta per lunghissimi secoli, nonostante il mutare delle economie, proprio
in virtù delle caratteristiche della zona. Eccessi d'acqua, facili esondazioni,
difficoltà di tracciare confini stabili sul terreno, difficoltà nel praticare
l'aratura, hanno fatto sì che si riconoscesse come maggiormente conveniente la
gestione collettiva di queste zone, gestione che ottimizzava le possibilità
storiche-economiche ( necessità di pascoli e di legname) e quelle
naturalistiche (abbondanza d'acqua, terreni argillosi di difficile aratura
ecc,). Per secoli il "sapere locale" ha praticato e difeso la gestione
collettiva dei palù, come il miglior
modo per utilizzare risorse "difficili" e nello stesso tempo
conservare queste risorse stesse e valorizzarle per la loro specificità.
Praterie, siepi e fasce arborate, frequentissimi corsi d'acqua naturali o
artificiali (73 corsi d'acqua in 13 Km), campi bombati a schiena d'asino, sono
presenti ancora oggi in queste zone, e le loro caratteristiche si fanno più
evidenti proprio là dove maggiormente evidenti sono le caratteristiche
naturali.
I
palù che oggi noi abbiamo ereditato costituiscono un patrimonio
naturale prodotto da questa particolare gestione storico-culturale durata
secoli. Se oggi non esistono più le gestioni collettive della zona, esiste il
patrimonio naturalistico nel quale questa gestione è stata tradotta, espressa e
conservata per molti secoli e che è giunta a noi ancora ricca delle sue
maggiori salienze.
La
conservazione del toponimo stesso è il primo e fondamentale segno di questo
intreccio di patrimonio storico-culturale e naturalistico.
La
conservazione di questo paesaggio è conservazione anche di una parte
importantissima della nostra storia. Il particolare intreccio di storia e natura
in questo luogo è un nodo essenziale per la pensabilità delle risorse per il
nostro futuro. E' in questi luoghi che si misura la conservazione della
biodiversità e che si propone alla civiltà presente e futura un argine alle
monoculture della mente e dei sistemi ecologici .
STRUTTURA ED ECOLOGIA DEI PALU'
Prima
di passare alla descrizione delle zone che si propongono a vincolo, vogliamo illustrare attraverso uno schema, la struttura ed il
funzionamento dei palù (FIGURA 5 e
FIGURA 6). Come si vede chiaramente, i palù
sono costituiti da campi di varie dimensioni, contornati da fossati o da fossi
di risorgiva (soprattutto in queste zone di risorgiva), campi generalmente
"chiusi" ( da cui la definizione, non condivisa da tutti gli storici,
di "campi chiusi") da alberature e siepi stratificate su tre livelli
(basso-medio-alto fusto). I campi sono spesso praterie stabili, e nei luoghi
dove sono stati arati sono generalmente costituiti con la caratteristica forma a
schiena d'asino funzionale allo sgrondo delle acque e all'alleggerimento dei
pesanti terreni argillosi della zona.
Il
susseguirsi nello spazio di questa struttura, genera un reticolo continuativo di
corsi d'acqua e di alberature (alberature
tali per cui si può parlare di formazioni di "bocage")
senza soluzione di continuità (vedere cartografia allegata, TAVOLE 1 e 2). Tale
struttura si è dimostrata per secoli la più idonea al miglior sfruttamento,
conservazione e rigenerazione delle risorse di questo luogo.
Questo
paesaggio comprende gli habitat caratteristici delle risorgive, che si possono
sintetizzare in tre fasce concentriche (secondo lo schema di Poldini, 1971): la
vegetazione relativa alle zone permanentemente sommerse; la vegetazione dei
prati acquitrinosi; infine quella dei prati umidi caratterizzata da elementi
xerici accanto a specie tipicamente idrofile. Si annoverano poi gli
habitat ripariali e retroripariali, gli habitat costituiti dalle siepi vive e
quelli delle fasce boscate; infine alcuni importanti prati stabili mai arati.
L'allegato
n° 9, elenca le specie vegetali di
cui questo territorio è dotato, dimostrando che lo spettro di specie presenti,
pur non presentandosi del tutto omogeneo, comprende la totalità delle essenze
tipiche della siepe spontanea, annoverando esemplari arborei altrove assai rari
come Corniolo, Viburno, etc….
Le
emergenze floristiche sono costituite quindi dalle specie caratteristiche del
bosco freddo e dei prati umidi, tra cui alcune orchidee (Listera ovata L.), che
si conservano nelle fasce prative ai margini anche di colture che fanno uso di
diserbanti e pestici.
Le
specie faunistiche elencate nello studio WWF 1990, sono da integrare con quelle
elencate da G. Della Bella, allegato
n°3.
UNITA' PAESAGGISTICHE DI CONSERVAZIONE
Unità paesaggistica A: le Sère
Questa
zona prende il nome dalla denominazione locale della typha
latifolia , detta appunto sèra-sère,
tipica pianta di palude che ancora spunta nei corsi d'acqua e ai margini dei
campi.
E'
un'unità paesaggistica racchiusa tra due strade, l'omonima Vicolo Sere e Via
Adige, delimitate entrambe da corsi d'acqua e alberature.
Zona
conservativa, caratterizzata da elevato frazionamento fondiario e piccolissima
proprietà legata a trasmissioni ereditarie
riservate almeno da due secoli quasi esclusivamente ai residenti del
borgo storico adiacente (vincolato dal PRG), di cui le Sère costituiscono la campagna retrostante, tanto che l'unico
accesso al cuore di questa zona è possibile attraversando la corte comune di
proprietà collettiva degli abitanti del borgo.
Questa
zona si segnala per la conservatività mantenuta e per la varietà degli
ambienti presenti. Vi si ritrovano infatti tutti gli elementi citati in questo
studio per i quali si richiede la protezione: polle risorgive, corsi d'acqua di
risorgiva, di cui due di notevole interesse per la portata d'acqua, con numerosa
e ricca flora acquatica tipica degli habitat di risorgiva (presenza anche del Myosotis
e di orchidee e altre specie tipiche del prato umido). La zona è interamente
interessata da un reticolo di siepi che racchiudono i campi senza soluzione di
continuità, e vi è presente anche il più bell'esemplare di campo chiuso,
gestito a prato mai arato. Le siepi in vari punti sono talmente folte da
costituire fasce boscate piuttosto ampie. Sono presenti prati stabili e residui
di praterie più ampie soprattutto lungo i corsi d'acqua. Si rinvengono zone
umide accentuate con ristagni ed esondazioni.
I
campi, anche quelli di recente aratura, conservano la struttura bombata.
Si
rinviene fauna altrove rara e si è documentata anche la nidificazione
dell'upupa.
Sono
presenti esemplari di olmi, cornioli, viburni, frassini.
Questa
zona delle Sère era contigua fino a pochi anni fa (anni '70) ai limitrofi palù, ai quali si accedeva per una carrareccia. Oggi le due zone
sono separate dalla zona industriale collocata nei palù di S. Vendemiano.
Per
questa zona si segnalano 3 punti salienti, che conservano le caratteristiche più
evidenti
1)
praterie denominate localmente "le fontane", con notevoli polle di
risorgiva, in prati umidi, che danno origine ad un importante corso di risorgiva
dalle spiccate caratteristiche di naturalità: sinuosità del corso, ampiezza e
profondità di portata, alberature laterali, fondo sabbioso (foto).
2)
caratteristico campo a doppia bombatura, con doppio filare di salici alti
capitozzati situati tra le due elevature del campo.
3)
boschetto di Villa Vettori
Unità paesaggistica B: i palù
E' un sistema paesaggistico complesso e di notevole
interesse. Presenza di un fitto reticolo di corsi d'acqua, in gran parte di
risorgiva, sui quali insistono alberature ,spesso su entrambi i lati e spesso di
notevoli dimensioni, tra le quali si rinvengono ancora presenze degne di nota di
querce, tipiche dell'ambiente della foresta planiziale originaria.
Flora e fauna tipiche delle zone di risorgiva, con presenza
anche di stazionamenti di aironi e tartaruga palustre. I campi presentano spesso
la caratteristica bombatura a schiena d'asino, alternando così depressioni ed
elevazioni del suolo.
E'
questa la zona dove si conservano le praterie più ampie (foto). Al confine con
la zona detta Sàngole, lungo il
corso d'acqua del Ghebo, si trovano ampie distese di prati stabili di estremo
interesse paesaggistico ed ecologico, su terreni spesso torbosi e surtumosi.
Procedendo verso sud est la portata d'acqua si arricchisce ancor di più fino a
giungere alla zona del "Mulino di sopra" effettivamente dotata
di un mulino, a testimoniare la ricchezza d'acqua di questa zona.
Si
segnalano in particolare i seguenti punti salienti:
4)
zona detta "le fontane",
con notevole portata d'acqua dei corsi di risorgiva, incassati nel territorio
contermine. Area di notevole interesse paesaggistico.
5)
la "Fossa storta", corso di risorgiva sinuoso, particolarmente ricca
d'acqua e con alberature notevoli (presenza della quercia, di notevoli
dimensioni). Fauna notevole.
6)
residuo della palude originaria, con ampi specchi d'acqua paludosa, salici
arborei, essenza tipiche degli ambienti paludosi.
7)
fascia boscata.
Unità paesaggistica C: le Sàngole
Zona
di grande interesse paesaggistico, per le notevoli praterie lungo il Ghebo, le
fasce boscate, il reticolo di siepi che costituiscono campi chiusi, spesso di
ridotte dimensioni, alternandosi con le ampie dimensioni delle praterie. Terreno
particolarmente surtumoso ed umido, dal caratteristico colore nero, da cui si
dice provenire il nome locale della zona, appunto Sàngole o sangue, per la
terra scura come il sangue.
Notevole
fauna e flora tipica delle zone umide e boscose; fitto reticolo di corsi
d'acqua.
Paesaggio
agrario intatto (foto).
Nella
parte a nord e ad est ci sono scorci di notevole interesse paesaggistico,
caratterizzati da campi a schiena d'asino, campi chiusi alberati, carrarecce,
scoline ricche di erbe palustri.
Unità paesaggistica D: le piàne
Zona
contigua alle Sàngole, dove i campi prendono una caratteristica forma
rettangolare molto allungata, segno degli antichi possedimenti collettivi
(foto). Fossi e alberature sui lati lunghi. Paesaggio agrario integro, presenza
di archeologia agraria con qualche vigneto maritato a gelsi.
Unità paesaggistica E: sorgenti e ambito fluviale
dell'Albina
Le
sorgenti dell'Albina, dove confluiscono varie risorgive e si diparte il corso
dell'Albina, sono ricche di acqua e della consegunete flora e fauna tipica degli
ambienti umidi, tanto che vi si rinviene un capanno di cacciatori, evidentemente
collocato in una zona di notevoli presenze animali (aironi, tartarughe
palustri). Il corso d'acqua ha una ampiezza considerevole, e nel punto della
sorgente vi è presente un caratteristico isolotto formato da specie palustri
(Carex spp). Ceppaie di notevoli dimensioni. Il corso dell'Albina prosegue con
interessanti sinuosità del corso e presenza per lunghi tratti di fascia
alberata.
Unità paesaggistica F: sorgenti del torrente Aralt
Ambiente
caratterizzato da corsi d'acqua, sorgenti, presenza botaniche e zoologiche
tipiche delle zone umide. Sistema di delicato equilibrio tra ambiente antropico
e sistemazioni agrarie.
Unità paesaggistica G: bar de spin
Unità
di interesse paesaggistico, abbassamento sul piano di campagna, paesaggio
agrario integro, solcato da carrarecce, con presenza di siepi. Zona di
ritrovamenti archeologici (vedere allegato n°2), che si prolunga verso sud fino
a Cimetta e Codognè.
Unità paesaggistica H: ambito fluviale della Zigàna
L'andamento
sinuoso della Zigana ha creato aspetti paesaggistici degni di nota, con densa
alberatura ai lati del corso d'acqua. Notevole presenza di acqua e vegetazione
acquatica. Abbassamento sul piano di campagna. Prati stabili mai arati nella
zona a sud est.
PROPOSTA DI
VINCOLO
PREZIOSITA' E FRAGILITA' DEI PALU'. RISCHI DI
DEVASTAZIONE
L'area
in oggetto, i palù,
si estende tra i fiumi Monticano e Livenza, sulla fascia delle risorgive, tra i paesi di S. Vendemiano (TV) e Sacile
(PN), e insiste sul bacino idrografico
del Livenza, fiume di risorgiva di rilievo nazionale (Legge n° 183/89,
sulla difesa del suolo).
Da
un punto di vista paesaggistico, naturalistico, idrogeologico e vegetazionale,
la zona si presenta dotata di una sua forte originalità e diversità
rispetto alle zone contermini, originalità dovuta proprio alla collocazione
sulla fascia delle risorgive e alla gestione storica che nei secoli si è fatta
di questa zona, come si desume dalla scritto sulle stratificazioni storiche di
questo paesaggio.
L'originalità
di questo paesaggio emerge dalla denominazione toponomastica locale che denomina
con palù o con significative
varianti locali di questo toponimo, (quali Sère, Sàngole, bar de spin,
fontane, prese, ecc. ) un vasto ed omogeneo territorio tra Monticano e Livenza .
L'assoluta
preziosità di questo paesaggio consiste nel particolare intreccio del
patrimonio naturale ricco di acqua e vegetazione, con le vicende storiche e gli
interventi dell'uomo in queste zone, interventi improntati fino ad oggi
all'obiettivo dell'ottimizzazione dell'uso di risorse di un tale difficile
ambiente senza snaturarne le componenti di carattere ecologico. Tale ambiente ha
conservato infatti fino ad oggi la ricchezza del reticolo d'acqua,
la presenza delle polle di risorgive, il susseguirsi delle alberature
senza soluzione di continuità, la conformazione a schiena d'asino degli
appezzamenti colturali.
Un'altra
fondamentale caratteristica di questo paesaggio è la
vastità di area ancora libera da infrastrutture, area non urbanizzata e priva
di insediamenti di qualsiasi tipo. Le stesse strutture viarie che sono
presenti si riducono a carrarecce non asfaltate, a viottoli che si perdono nella
campagna, dando alla zona la struttura di un labirinto. Tale caratteristica è
immediatamente percepibile visivamente e sensorialmente all'avvicinarsi a questa
zona, rispetto alle zone contermini. Qui infatti si misura concretamente la
depressione altimetrica di questa zona, avvallata rispetto ai territori
contermini (vedere FIGURA 6), la presenza imponente di praterie e campi liberi
da insediamenti e infrastrutture, la presenza continua di corsi d'acqua e di
alberature connesse, l'alternarsi delle depressioni di canali e fossati e
dell'elevatura dei campi gestiti a schiena d'asino.
Questi
in sintesi gli elementi caratteristici di questa zona, individuata dalla
cartografia allegata (TAVOLA 1, TAVOLA 2); si rimanda alle appendici, che fanno
parte integrante ed indivisibile di questo studio, per gli studi e le
descrizioni analitiche dei valori storici e paesaggistici della zona.
Tale
zona è oggi seriamente minacciata di distruzione a causa del progetto
autostradale A28 Conegliano-Pordenone, che attraverserebbe diagonalmente tutte
le zone suddette e descritte, in molti punti proprio nei contesti di maggior
interesse ecologico. Oltre al grave danno paesaggistico che ne deriverebbe,
grandi preoccupazioni derivano anche dalla devastazione e grave compromissione
che ne conseguirebbe per il
complesso ed imponente sistema di risorgive e di corsi d'acqua, come ben si può
leggere nel documento WWF (Monitoraggio
ambientale autostrada A28 Conegliano Pordenone, Lotti 28 e 29. 73 corsi d'acqua
in gran parte di risorgiva cementificati o interrati, WWF 1994, documento
consegnato a tutte le Amministrazioni Pubbliche) che denuncia la tombatura,
deviazione ed eliminazione di circa 8 km di corsi d'acqua in soli 15 km lineari
consecutivi, causate dall'intersecazione di ben 73 corsi d'acqua, intersecazione
che causerebbe l'irrigidimento del reticolo e di fatto un nuovo e diverso regime
idrico con possibili pericoli di laminazione a monte dell'autostrada e impatti
sulla capacità di mantenimento delle quote
delle falde idriche .
Nel
dossier WWF 1990 (WWF, Un intero sistema di risorgive alberate… allegato n° 9, pagg.
16-20) si presenta un calcolo della distruzione della copertura vegetale che
verrebbe causata dal passaggio dell'autostrada, stimabile tra i 25 e i 40 km di
siepi abbattute in soli 15 Km.
a) Caratteristiche di notevole interesse
idro-geologico.
La
zona dei palù insiste sulla fascia
delle risorgive (Carta delle Unità Geomorfologiche e fig. 7 e 8).
.
Il Piano Territoriale Provinciale (provincia di Treviso) indica questo
territorio come "fascia delle risorgive", riconosciuta nel PTRC come
confine meridionale della fascia collinare e pedemontana di ricarica degli
acquiferi e di riaffioro degli stessi.
La
cartografia allegata (TAVOLA 2) illustra la ricchezza del reticolo idrografico
che collega i vari corsi senza soluzione di continuità. I corsi d'acqua
principali sono: La Fossa, il Ghebo, Torrente Codolo, Fosso Zigana, Aralt, ma il
complesso reticolo di corsi d'acqua annovera ben 73 corsi d'acqua misurati in
una sezione che attraversa le unità paesaggistiche indicate, partendo da Ovest
e procedendo verso Est (doc. WWF 1994, cit.).
Tali
corsi sono compresi nel bacino idrografico del Livenza .
La
zona in discussione rappresenta pertanto una dotazione naturalistica di estrema
importanza per la gestione del ciclo dell'acqua dolce, essendo le risorgive
(FIGURA 9) l'espressione del saldo attivo
tra l'alimentazione sotterranea di monte -dovuta alle infiltrazioni nelle
fratture dei massicci calcarei, alle acque meteoriche che percolano nel
sottosuolo e alla dispersione dei corsi d'acqua- ed il deflusso sotterraneo
degli acquiferi che interessano la pianura. Il fenomeno delle risorgive
localizzato lungo tale fascia, ed originato dall'eccedenza idrica dell'acquifero
freatico indifferenziato è determinato dalla riduzione della sezione permeabile
dell'acquifero, dovuta al progressivo passaggio a granulometrie più fini dei
depositi alluvionali. Nel bilancio idrico tra portata media in ingresso e
portata in uscita dal sistema idrogeologico, la portata media annua delle
risorgive rappresenta circa il 55% della portata in ingresso, stando così a
indicare la stretta dipendenza tra il regime delle acque sotterranee di Alta
Pianura, il regime dei fiumi e le risorgive (Antonelli e Dal Prà, 1980, studi
sulla falda fratica Veneta).
Tale
struttura idrogeologica, emerge per il suo valore di prevenzione
dell'inaridimento dei suoli e delle inondazioni del bacino. A tale proposito, già
in uno studio del CNR del 1992 evidenzia come proprio il bacino del Livenza sia
uno dei bacini a rischio nella
pianura Padana, (si veda l'articolo apparso sul Gazzettino il 13.5.1998,
allegato alla Carta "Piano Reg. Risanamento delle Acque, Aree tributarie
pincipali corpi idrici"). Nelle zone orientali considerate, inoltre, il
Piano Territoriale della Provincia di Treviso (PTP 1995) individua alcune aree
come esposte al rischio di esondazione. Questa zona è infatti classificata nel
PTRC come area a più elevata vulnerabilità ambientale, e considerata zona a
rischio nei Piani di intervento
straordinari della Protezione civile.
Lo
studio del WWF 1994 ("Monitoraggio
ambientale…", cit.) presenta nel dettaglio tutti i corsi d'acqua e le
loro caratteristiche, che si incontrano in una sezione delle zone individuate,
da S. Vendemiano ad Orsago, attraversando tutte le unità paesaggistiche che
vengono proposte per il vincolo.
b) Caratteristiche di notevole interesse per la
storia del paesaggio
Questo
paesaggio ha un suo spessore storico documentato, leggibile nell'antica e nella
recente cartografia. La relazione storica in questo testo riassume i passaggi
fondamentali di questo paesaggio, da una prima sistemazione approssimativa
del territorio ad opera dei monaci bonificatori cistercensi, presenti
nella zona fin dall'Alto Medioevo, alla presenza imponente dei possedimenti
collettivi comunali di ancor più antica origine (relazione di cui sopra), alla
conservazione delle caratteristiche ecologiche, mantenutesi fino ad oggi. La
storia di questo paesaggio è la storia di una gestione delle risorse di un
ambiente umido condotta in modo da ottimizzare, e nello stesso tempo preservare,
le risorse che un simile ambiente poteva offrire, tanto che la dotazione di
naturalità di questo paesaggio è giunta fino a noi in gran parte integra. La
cartografia e la toponomastica orale locale riportano la presenza ancor oggi di
una vasta area depressa rispetto alle zone contermini, e di tipo paludoso, come
il toponimo palù, ripetuto nella
cartografia per ben 5 volte, richiama. Confermano il toponimo altre varianti
locali (vedere per es. i nomi delle unità paesaggistiche e la fig. 3) che si
richiamano tutte ad ambienti ed elementi tipici delle zone umide.
La
struttura del reticolo idrografico è leggibile ancora oggi come era presente
nella cartografia storica (Carta del Lombardo Veneto, allegata) e altrettanto si
può dire per la struttura delle praterie (IGM storica del 1890, allegata)
c) Caratteristiche di notevole interesse
biogeografico e bioclimatico
Alle
caratteristiche idro-geologiche sopra citate
è associata una vegetazione boschiva a carattere lineare che accompagna
canali, fossati e risorgive, spesso senza soluzione di continuità per lunghi
chilometri. Le funzioni delle alberate sono ormai note(Soltner D., Planter
des haies, Collection Sciences et Techniques agricoles, Id, L'arbre
et la haie,) e la loro preziosità nella campagna odierna, spesso privata di
elementi capaci di riequilibrio, è dimostrata e sostenuta dalla Comunità
Europea, che finanzia gli agricoltori per il mantenimento o il reimpianto di
alberature nella campagna.
Lo
studio condotto dall'Azienda Regionale Foreste nel 1990 per il Consorzio di
Bonifica della Sinistra Piave, esaminando lo stato delle siepi, dà proprio per
i Comuni di cui in oggetto le densità più alte di siepi presenti, espresse dal
rapporto ml/ha, tale per cui i paesi di S. Vendemiano, Godega, S. Fior, Codognè
si collocano nella V classe di densità su 7 classi individuate (di cui
effettive 6, poiché la 7a riguarda solo alcuni paesi di montagna). I dati in
esame danno una densità per questi paesi tra
il 77,1 ml/ha e l'83,6 ml/ha, in confronto alla media dei paesi contermini che
si aggira intorno ai 49, 46 ml/ha.
Nel
luglio 1976 il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa di Strasburgo invitò
i diciotto Stati membri a redigere "un inventario fito-sociologico e
cartografico nazionale di tutte le zone attualmente occupate dalla vegetazione
naturale…", e raccomandò nello specifico, tra le altre cose, la
creazione di una rete europea di riserve biogenetiche e l'evoluzione
e la conservazione dei bocages europei (De
nouveaux volets a l'action du Conseil de l'Europe en faveur de l'anvironnement
naturel, Résolution (76) del Conseil de l'Europe, Strasbourg, 29.7.1976.
Il
PTRC considera questo paesaggio agrario, per il suo interesse storico culturale,
fra gli ambiti meritevoli di tutela per la cui puntuale identificazione
il PTRC (rel. 5.5.4.6 e art. 32) dispone il rinvio a più precise analisi,
funzionali alla conseguente protezione, a scala di Piano Territoriale
Provinciale e Comunale. In tal senso dispone anche la classificazione
dell'ambito territoriale vasto in
cui sono inserite queste zone, come
"aree ad eterogenea integrità del territorio" per le quali " gli
strumenti subordinati debbono essere particolarmente attenti ai sistemi
ambientali, mirati rispetto ai fenomeni in atto, al fine di governarli
preservando per il futuro risorse ed organizzazione territoriale delle zone
agricole (art. 23 del PTRC e tav. relativa).
E'
da evidenziare anche il fatto che questa cospicua dotazione arborea, associata
alle risorgive, produce un particolare effetto di mitigazione microclimatica. Le
risorgive infatti hanno la caratteristica di avere una temperatura costante
lungo tutto il corso dell'anno, variabile tra gli 11 e
i 13 gradi, per cui esse producono un effetto di mitigazione sul
territorio circostante sia delle temperature elevate estive che di quelle rigide
invernali.
E'
sempre questa caratteristica fisica che fa sì che nelle risorgive viva una
particolare classe di animali e vegetali detti
stenotermi, cioè adattati a queste temperature costanti e presenti nella
stessa misura nel corso delle stagioni.
d) Caratteristiche di notevole interesse morfologico
e paesaggistico di non comune bellezza
L'assetto
morfologico dell'area in oggetto è l'espressione visuale e sintetica delle
sopra descritte componenti geologiche, geografiche e storiche.
Pur
rinviando ai suoi molteplici contenuti storici e scientifici, la forma e le
caratteristiche dei luoghi sono percepibili con immediatezza visiva ed
evocativa, a partire dalla particolare "depressione" altimetrica della
zona rispetto ai territori contermini (fig.6) ed in relazione alla particolare percezione
di vastità spaziale del territorio, libero da infrastrutture insediative o
viarie. La percezione immediata è quella di un
"cuore", un'isola all'inverso, sprofondata e organica,
circondata tutt'intorno dalla presenza di insediamenti, paesi, strade.
L'interesse
di questo paesaggio è aumentato proprio in ragione della sua diversità e rarità
in una pianura altamente infrastrutturata quale è la Pianura Padana.
Qualsiasi
progetto di insediamenti di qualsiasi genere, o peggio ancora, di realizzazione
di infrastrutture, soprattutto viarie, snaturerebbe
completamente questo paesaggio, rompendo proprio la sua essenziale caratteristica di omogeneità, che si pone a cavallo
degli attuali confini comunali, e che si impone proprio per le ragioni
naturalistiche e storiche. Attraversare un simile territorio significa violare
un ' inaccessibilità che si è mantenuta nei secoli fino ad oggi.
L'interesse
per questo paesaggio e per paesaggi simili è oggi oggetto di un rinnovato
interesse anche da parte della comunità scientifica, che riconosce l'importanza
della tutela di simili paesaggi per la nostra civiltà. Adesioni alla richiesta
della tutela di questo paesaggio sono pervenute da 5 Università italiane, da
Istituti Francesi e Svizzeri, da personaggi del mondo della cultura ,in primis
da uno dei maggiori poeti del nostro secolo, Andrea
Zanzotto, che a questo paesaggio ha dedicato una specifica raccolta
intitolata "Verso i palù"
(in Antèrem) e la sua adesione alla richiesta di protezione di questo paesaggio
(allegato pubblicazione di giornale).
e) Notevole interesse pubblico dell'area ai sensi
della Legge n° 1497/1939
In
conclusione, l'area perimetrata nella planimetria allegata (TAV. 1) presenta
caratteristiche di grande interesse di tipo geologico e paesaggistico; presenta
caratteristiche vegetazionali e
geografiche tali da farla considerare una riserva importante di diversità
biologica e un prezioso strumento di prevenzione delle inondazioni e
dell'inaridimento dei territori agrari contermini; ha un notevole interesse
morfologico, visuale ed estetico e carattere di non comune bellezza; costituisce
un patrimonio scientifico, storico, culturale e paesaggistico di inestimabile
valore.
Essa
si ritiene perciò meritevole di conservazione e di tutela naturalistica nella
sua generalità, e di restauro
naturalistico-ambientale per alcuni punti di raccordo tra l'una e l'altra delle
unità paesaggistiche di maggior pregio individuate.
Per i motivi sintetizzati nel presente documento e
per le caratteristiche esplicitate anche nei documenti allegati che fanno parte
integrante della proposta di vincolo, si propone che le aree in oggetto siano
dichiarata di notevole e preminente interesse pubblico ai sensi della Legge
n° 1497/1939.
TUTELARE I
PALU’
1). Biotopi e
toponimi
Anche
nelle carte 1:25.000 dell’Istituto Geografico Militare è un’area ben più
vasta di quella qui identificata e proposta alla tutela per la sua rilevanza
ambientale e culturale, a raccontare, attraverso i nomi degli ambienti, delle
strade, dei borghi e delle frazioni abitate, tuttora persistenti, la storia di una
lunga coabitazione dell’uomo con i palù.
Nelle
carte IGM vengono segnalati rispettivamente i palù di San Vendemiano, Godega,
Cordigniano, Gaiarine, Sacile; ma molti altri toponimi concorrono a confermare
questa presenza: Fontane, Fontanelle, Saccon (buca di risorgive, appezzamento
che termina a sacco senza passaggi perché compreso tra 2 corsi d’acqua), Sere
(Tipha Latifolia), Sangole (forse Sanguisuga officinale), Bassoni (luogo basso,
bassura), Bar de Spin (siepe, vegetazione), Bosco, Camòi (campo molle,
acquitrinoso), Pradazzo (prato poco produttivo perché acquitrinoso), et..
Sono
questi i “nomi delle cose” sopravvissuti alla scomparsa di parte degli
ambienti naturali e spesso anche dalla memoria di molte delle persone che quel
territorio si trovano solo a percorrerlo.
In
effetti la avvenuta distruzione, attraverso l’occupazione del suolo con
l’insediamento di zone industriali (vedi zona industriale in una partedei palù
di S. Vendemiano) e residenziali, opere viarie, abitazioni isolate, è proceduta
attraverso il rifiuto del territorio. Il rifiuto delle sue qualità estetiche e
paesaggistiche, ma anche delle sue valenze
idriche (le acque di risorgiva, i canali irrigui, il suo particolare
microclima), vegetazionali, faunistiche, biologiche e, soprattutto,
storico-culturali.
Il
ruolo preminente e particolare nell’economia e nella cultura che questi
ambienti di risorgiva hanno svolto nella storia locale e veneta è già stata
evidenziata e documentata nella ricostruzione storica qui presentata.
In
questa parte, invece, poniamo solo le basi per un'altra riflessione (che
meriterebbe di essere approfondita) necessaria e importante.
1)
La toponomastica in genere è la conferma non dell’esistenza di un luogo ma
l’espressione riconosciuta del rapporto che l’uomo ha stabilito con questo
luogo. I toponimi non sono mai codici alfanumerici con cui, ad esempio,
vengono catalogati i corpi stellari o i ceppi virali. I toponimi
precedono ed escludono anzi le codificazioni monodimensionali (che non
tollerano, nel processo di nominazione, il rapporto-con-la-cosa-nominata,
sostituito dal rapporto con la regola, la legge che precede e ammette la
nominazione).
Piero
Camporesi ha messo bene in luce la sostanza di questo procedere differente
rispetto alla toponomastica popolare operato dalla cultura tecno-scientifica
contemporanea. Franco La Cecla parla, a proposito dei nuovi provvedimenti di
nominazione dei luoghi, avviati a partire dal secolo scorso, della creazione di
una tipologia diversa di orientamento “dall’esterno” che nega “quello
interno degli abitanti”.
Persino
-e forse a maggior ragione- quando la nuova nominazione propone una inoffensiva
“traduzione” del toponimo popolare (ed è proprio il caso citato da
Camporesi): da"pozza della troia" a "fonte solforosa"; il
nuovo nome rivela una profonda incongruenza di senso che nasce certamente da un
rapporto diverso con il mondo naturale, ma che -soprattutto- non è capace di
riconoscerne significati e implicazioni[1].
Nel
caso che a noi attiene abbiamo al momento una diffusa presenza toponomastica che
testimonia tuttora un rapporto di consuetudine continuo e significativo (ancora
oggi) con i palù, ed una presenza storico-ambientale, pur se in alcuni punti
degradata, tuttavia ancora vitale, riconoscibile e compatta nelle aree
segnalate.
2)
Da questo punto di vista la presenza del nome, particolarmente quando il nome ha
mantenuto una sua riconosciuta funzionalità, può permetterci (in assenza o
nell’impoverimento dei segni vivi di un ambiente, o della nostra capacità di
percepirli) di ricostruire la presenza di una realtà ambientale e culturale
assolutamente compromessa.
Una
risorsa importante anche perché la nominazione sopravvive alla distruzione
dell’ambiente vissuto e quest’ultimo all’oblio della cultura che l’ha
abitato ed utilizzato, in una regressione che
ha il suo punto di inizio con la scomparsa o l’assorbimento della
cultura, prosegue con la perdita della memoria e arriva quindi con la
manomissione dell’ambiente vitale alla conclusiva (e definitiva) perdita del/i
nome/i.
Se
non è pensabile ricostruire la catena fino all’ultimo anello, è praticabile
e ragionevole invece porsi l’obiettivo di recuperare la memoria attraverso le
persistenze ed i documenti (e uno di questi è l'ambiente stesso nelle sue parti
più significative e meno compromesse, come quelle che qui si chiede di
vincolare) che ancora rimangono, che è poi l’obiettivo della ricerca storica
e della nascita di quelle straordinarie istituzioni che sono i musei e le
biblioteche.
3)
La persistenza di questa realtà ambientale e nominale dei palù è quindi una
grandissima opportunità: la sua conservazione e tutela dovrebbe essere solo una
prima tappa per tentare di arrestare la perdita totale e irreversibile di un
processo culturale e ambientale prezioso quanto una pinacoteca, ma ben più
antico e ricco di relazioni con i vissuti di generazioni di uomini che hanno
abitato, frequentato, ed infine
contribuito a creare questo territorio, a partire da epoche lontanissime nel
tempo fino all’altro ieri.
2).
Palù e zone umide. Esperienze attuali di tutela in Italia ed Europa
Presentiamo
qui una veloce panoramica, non esaustiva ma significativa, su alcune iniziative
di tutela di ambienti di risorgiva, zone umide o realtà culturalmente e
ambientalmente equivalenti, similmente minacciate da aggressioni antropiche.
Tutte
situazioni ambientali che storicamente hanno sempre avuto ruoli significativi
nell’ambito delle comunità umane, che ne hanno saputo utilizzare e guidare la
grande ricchezza biologica. Non è casuale che proprio in queste aree si siano
raccolti i primi gruppi umani (come la ricerca archeologica dimostra ampiamente)
ed egualmente esse abbiano continuato a svolgere un ruolo significativo anche in
epoche più recenti.
La
salvaguardia di questi ambienti non è motivata quindi unicamente da urgenze di
carattere strettamente naturalistico, ma contestualmente da ragioni legate alla
salvaguardia della nostra memoria storica. Senza questa contestualizzazione la
conservazione di queste aree rischia di non essere praticabile e soprattutto di
non essere duratura. Dobbiamo infatti ricordare che queste realtà ambientali
sono tali non in quanto naturali al 100% ma in quanto frutto di un’interazione
storica con comunità umane diverse tra loro. Solo tenendo conto di questa realtà
si potranno praticare corrette soluzioni di gestione. Del resto è proprio
quanto si fa nella conservazione dei beni culturali: un manufatto quale un
quadro, un affresco o un prodotto naturale quale un fossile, vengono conservati
tenendo conto innanzitutto delle condizioni dell’ambiente che li ha prodotti.
Senza questa conoscenza (grado di umidità, temperatura, ossigeno ed altri gas,
condizioni della luce, ma anche relazioni con le attività umane, che modificano
costantemente l’ambiente in funzione di necessità contingenti) la
conservazione non potrà essere efficace.
Convinti
di queste ragioni, presentiamo quindi una breva sintesi di alcune iniziative
attuate in Europa, da istituzioni diverse per ambiti di responsabilità e
capacità di intervento (dal Consiglio d’Europa alle amministrazioni locali).
Iniziative
spesso non coordinate, con motivazioni ed obiettivi differenti, che comunque
attestano una novità importante, ovvero che anche nella conservazione dei beni
ambientali sta facendosi strada la consapevolezza che la salvaguardia biologica
passa attraverso quella culturale e sociale che il territorio rappresenta.
In
questo senso deve essere intesa la Strategia Paneuropea
per la salvaguardia della diversità biologica e del paesaggio, attuata
dal Consiglio d’Europa attraverso l’ECNC (European Centre for Nature
Conservation) un grande network di istituti europei di ricerca. La Strategia
Paneuropea si fonda sulla necessità
di mantenere la variabilità ecologica esistente negli ecosistemi terrestri e la
diversità dei paesaggi, testimoni delle relazioni intercorse ed attuali tra
individui, società ed il territorio; ovvero nella difesa delle
“due più grandi ricchezze dell’Europa....un patrimonio trasmesso nel
corso di migliaia di anni, che ci impone di trasmettere alle generazioni future
il sistema vario e durevole che rappresenta questo patrimonio”
(dall’introduzione).
Questa
operazione di ampio respiro intende unificare gli sforzi e gli obiettivi delle
convenzioni internazionali per la difesa dell’ambiente naturale europeo (dalla
Dichiarazione di Maastricht (“Preservare il patrimonio naturale
dell’Europa”) del 1993 alla Convenzione di Berna, la Strategia Europea per
la Conservazione (1990), alla Conferenza di Dobris e di Lucerna (1991 e 1993),
alla CNUED (1992), et.
Le
realtà ambientali e biologiche di rilevanza paneuropea e segnalate come
meritevoli di attenzione e tutela, sono suddivise in ecosistemi (ecosistema
costiero e marino, fluviale, zone umide interne, praterie, foreste e montagne),
Paesaggi terrestri e marini (tundra, taiga, colline, bocages, campagne, steppe
e paesaggi aridi, paesaggi appartenenti
al patrimonio culturale), Specie viventi (specie-vedetta, specie di
popolazioni minacciate e in via d’estinzione in Europa).
Ulteriore
consapevolezza che questa opera di salvaguardia non può passare che attraverso
un progetto di tutela diffusa del patrimonio ambientale-culturale, e non più
attraverso la protezione di singolari ed isolate realtà ambientali (parchi e
riserve).
Esempi
significativi e importanti sono quelli avviati in Svizzera con la scelta del
governo federale di sottoporre a tutela, nel 1994, 3734 paludi e, nel 1996, 423
zone palustri del proprio territorio, con le Ordinanze che procedono a
costituire l’inventario federale delle zone
palustri di particolare bellezza ed importanza nazionale.
Nel
suolo italiano, a nostra conoscenza, solo la Provincia Autonoma di Trento, con
la Legge 14/86 e 28/88, ha avviato un progetto unitario (“Norme per la
salvaguardia dei biotopi di rilevante interesse ambientale, culturale e
scientifico”) di protezione e tutela diffusa dei 68 biotopi identificati come
meritevoli di tutela. Tra questi biotopi spicca un elenco di 8 zone identificate
come "palù".
Ma
iniziative molto significative sono state avviate anche da altri organismi
territoriali. Il progetto PEGASO (Pianificazione E Gestione Ambientalmente
SOstenibile), iniziato nel 1996, è un progetto di pianificazione e gestione
territoriale riferito ad una porzione delicata del territorio della futura Città
Metropolitana di Bologna, rivolto alle cosiddette aree periurbane, a ridosso del
contesto urbano e investite quindi da progressivi fenomeni di espansione della
città che ne minaccia i connotati ambientali e culturali.
L’attenzione
dedicata dal progetto proprio alle “aree di pianura....(che) ad uno sguardo
superficiale possono apparire piatte e uniformi ed ormai complessivamente
‘banalizzate’” qualifica un approccio egualmente nuovo nella tutela del
ambiente, che pone tra gli obiettivi prioritari la “salvaguardia e
miglioramento della struttura percettiva del paesaggio locale, in particolare
delle aree e dei sistemi infrastrutturali agricoli (storici e attuali)”,
coinvolgendo nel progetto, che ha comunque strategie, obiettivi e priorità ben
definite, enti pubblici e locali, aziende pubbliche e private e i cittadini
coinvolti.
In
conclusione, si può affermare che ovunque sono state avviate, a partire dalla
fine degli anni 80, significative esperienze di tutela ambientale, sensibili
alla salvaguardia:
a)
delle microrealtà sopravvissute e generalmente a ridosso di realtà
urbanizzate,
b)
dei numerosi biotopi anche di piccola estensione (generalmente zone umide che
svolgono un ruolo importante nella salvaguardia della qualità e del regime
delle acque, luoghi di riproduzione e sosta per uccelli acquatici, ricchi di
importanti entità florofaunistiche),
c)
attente ai valori ed al ruolo passato e presente svolto da queste nell’ambito
delle comunità locali,
d)
intenzionate a preservare e tutelare queste aree quali risorse culturali e
ambientali
Crediamo
che queste esperienze siano una base concreta ed operativa da utilizzare per
iniziare anche nel Veneto, la regione che forse più ha sofferto un processo di
colonizzazione industriale e insediativa incontrollata, progetti di tutela che
siano innanzitutto di tutela delle persone e della loro cultura, di tutela di un
patrimonio ambientale e culturale che ancora conserva caratteristiche
memorabili.
"Chi
abbandona la sapienza dei siti, chi non li tratta come parte del corpo degli
abitanti, diventa anch’egli straniero, la sua terra lo caccia via".
Franco
La Cecla, Perdersi. L’uomo senza
ambiente Latenza, 1996
[1]
“C’è
una sorgente nell’alto Appennino romagnolo che venne chiamata (e la
denominazione rimane tuttora) la “pozza della troia”. Tale nome resiste
al nuovo battesimo che la cultura tecnico-scientifica vorrebbe imporle,
quello di “fonte solforosa”. Questa resistenza-coesistenza è il segno
di una stratificazione culturale, d’un conflitto di due paradigmi, di due
modi di essere in rapporto con gli oggetti e con il mondo. Il possesso, la
cattura operata dal nome scientifico (frutto d’una nuova nominatio d’un
demiurgo tecnocrate, un battesimo scolorito, di opaca precisione) da una
parte, e dall’altra la fruizione e la partecipazione che presuppongono una
coesistenza armonica fondata sul senso e sul consenso degli elementi
naturali, sull’analogia, sulla “simpatia”, sulla corrispondenza. Il
sintagma “pozza della troia” offre, nel confronto col suo sostituto
moderno, una segnaletica più penetrante e completa perché conduce al
centro delle cose: indica che quell’acqua dove andavano a bagnarsi le
scrofe è curativa e che gli uomini che le portavano ad abbeverarsi si erano
accorti delle sue proprietà terapeutiche. Quello che faceva bene ai maiali
non poteva fare male agli uomini. La pozza, utile agli animali e agli
uomini, ai contadini-pastori e alle loro bestie, era un piccolo santuario
idrico, un luogo terapeutico che la collaborazione uomo-bestia aveva
individuato. (...) Il termine moderno “fonte solforosa” è un’astratta
definizione chimica estranea ad ogni rapporto di magico allacciamento degli
elementi. Nelle società àgrafe di questo tipo la formazione del sapere
curativo è impensabile senza la mediazione degli animali, la cui storia
s’intreccia con quella degli
uomini: entrambe poi si coniugano con quella della natura....” Piero
Camporesi Le officine dei sensi, Garzanti, 1985, pp. 218-219.