Mai !

 

Sotto la luna i mille cavalieri,
come a squillo che chiami alla raccolta,
vanno, volano, ansanti, a briglia sciolta,
curvi sul crine dei cavalli neri.

Ciechi, folli, non vedono, sui vaghi
poggi, il grappolo offrirsi dalle viti,
né i casolari lampeggiar gl'inviti
di pace, in riva agli assopiti laghi.

No, no, no! Solo, luminoso, alato,
bello d'una terribile bellezza,
con voce di comando e di carezza
chiama il sogno da tanti anni sognato.

Laggiú laggiù tenacemente chiama
e laggiù l'orda turbinosa vola
credula, dove una crudel parola
spegnerà il foco dell'accesa brama.

Sta l'orrenda parola nel profondo
dell'abisso, che attira avido e inghiotte
chi le malìe sfidando della notte
corre ai miraggi che non son del mondo.

Ma che val! ma che importa? - Il sogno mente;
tutto è invano! - Che importa? Avanti! io sono
con voi, fratelli! e sprono e sprono e sprono
il mio cavallo disperatamente.

Il canto dell'amore


Può dunque una parola, una sommessa
parola, detta da un labbro che trema
balbettando, valer più d'un poema,
prometter più d'ogni miglior promessa?

Può levarsi, a quel suono, una dimessa
fronte, raggiando, qual se un diadema
la cinga, e può dar tanto di suprema
gioia, che quasi ne rimanga oppressa

l'anima?... Io credo svelga oggi dai cuori
ogni ricordo d'amarezza, ormai
sazio d'umane lagrime, il destino.

È così certo! non mai tanti fiori
ebbe la terra, e il cielo non fu mai
né così azzurro, né così vicino!

 

Il canto del dubbio

 

Tace nella notturna estasi il cielo:
come d'oblìo profondo
in un magico avvolto immenso velo
cade nel sonno il mondo.

· 0 luna! apporti al core, che le aspetta,
le soavi novelle?
Ancor m'ama? - Risponde: - È tardi, ho fretta:
domandalo a le stelle. -
Da le stelle qualcun par che mi guardi
pietoso... - Oh dite! ancora
m'ama? - E gli astri rispondono: - È già tardi,
domandalo all'aurora. -

Mesta l'aurora ecco dal mar salire
Velata insino ai piedi.
· M'ama? - Chiedo. Risponde: - Io nol so dire;
alle nubi lo chiedi. -
E delle nubi alla crescente notte
Ecco il mio grido suona.
Rispondono con lagrime dirotte:
· Povero cor!... Perdona! -

La bella bimba dai capelli neri


La bella bimba dai capelli neri
è là sul prato e parla e gioca al sole.
Io so quei giochi e so quelle parole;
rido quel riso e penso quei pensieri.
Son io la bimba dai capelli neri.

Ed anche io vedo una fanciulla bruna,
gli occhi sognanti al ciel notturno fisi.
Quante chimere e quanti paradisi
negli occhi suoi!Te li rammenti, o Luna,
gli occhi febei della fanciulla bruna?

Ora è stanca; la penna ecco depose
e la man preme su le ciglia nere.
Di quanti sogni e quante primavere
vide sfiorir le immacolate rose?
ora è stanca; la penna ecco depose.

Uragano estivo


Passa il vento con ala
turbinosa, sul verde
grigiastro ove agonizza la cicala,
e l'estivo sopor rompe e disperde
scompigliando le piante e gli arboscelli,
qual violenta man che una nemica
testa squassi con l'ugne entro i capelli.

Sera estiva

 
Andar per un sentiero nella pace
dei campi, sotto una velata Luna,
la millenaria amica;
e l'aria a tratti portasse l'odore
di viti in fiore - o di fiorite acace.
Andare andare e non sentir fatica
dietro i confusi inviti
della fuggente brezza,
senza un chiaro pensier, senza un ricordo
chiaro, ma in mente pensieri infiniti
e infiniti ricordi di dolcezza;
scordar l'oggi e il domani;
i sogni invan sognati;
i sempiterni guai,
mentre i grilli ricantano dai prati
l'amor, la gioia, i palpiti lontani;
e che il sentiero non finisse mai!

Il bosco della Vizza


Sì, confesso che sento una gran stizza
A no esser parona de la Vizza;
ma penso che la xe de amici boni
e che i merita ben
d’esser lori i paroni.
Auguremoghe dunque
el graner sempre pien,
e salute a allegria,
forti e onesti coloni
e vin a brente e bon,
ua senza malatia
e gran senza carbon.
Butemo via la stizza
e zighemo e zighemo
co quanto fià gavemo:
Evviva i Parpinelli e la stupenda Vizza.
 
(poesia inedita dedicata ai vicini di casa)

Passeggiata francescana

(A Jeanne Barrère)

 

- Santo Francesco, un triste parmi udire
fischiar di serpi sotto gli arboscelli.

- "Io non odo che il placido stormire
della pineta e l'inno degli uccelli".

- Santo Francesco, vien per la silvestre
via, dallo stagno, un alito che pute.

- "Io sento odor di timo e di ginestre;
io bevo aria di gioia e di salute".

- Santo Francesco, qui si affonda, e ormai
vien la sera e siam lunge da le celle.

- "Leva gli occhi dal fango, uomo, e vedrai
fiorire nei celesti orti le stelle".

Schizzo

 

La Luna rossa e tonda
si leva su dai prati
lontani, che di cenere
la notte ha colorati.

Dell’infinita landa
la griglia tinta uguale
solo rompe il fantasma
d’un candido casale.

Sorride il plenilunio
a quel candor; sull’aia
un nero cane immobile
guarda la luna e abbaia.
 

E’ nel mio sogno ...

 
E’ nel mio sogno un prato tutto
verde solitario, tra due
spalle di monte, e l’erba trema
al soffio dell’ombra.
Di là, nel sole, cantano,
ma il canto va lontano e poi si perde.
Più solitario resta
e più silenzioso,
nel mio sogno, quel prato tutto
verde.

Il canto dell'odio

 

Fugge al mar nelle fredde ombre del vespero
una fanciulla dalle guance smorte.
Non ha negli smarriti occhi più lagrime
ma il gran proponimento della morte.

Laggiù, tra lieti amici, allettan facili
trionfi e vani amori un freddo core
obblioso; laggiù di plausi echeggiano
le affollate per lui stanze sonore.

Dagli abissi, improvviso, assorge un dèmone
e passa nella notte alto gridando:
· Possa tu come un disperato piangere,
quella morta fanciulla indarno amando. -


Adolescentula

 

Quando t'ho conosciuto era d'aprile,
quel mese traditore
che nell'ebbrezza del nascente amore
pinge ogni cosa d'un color gentile.
Quando t'ho conosciuto era d'aprile!

E al di là della siepe io t'ho veduto.
Tornaví polveroso
dalla caccia; eri solo, eri pensoso.
Mi rivolgesti un timido saluto.
Al dì là della siepe io t'ho veduto.

Tornavi dalla caccìa; sul cappello,
largo e bruno, un irsuto
pennacchio; la giacchetta di velluto,
lo schioppo a spalla e.... mi sembrasti bello
sotto la larga tesa del cappello.

Io tornavo dal bosco ov'ero andata
a coglier dei ciclami;
del mio sentier fra gl'intrecciati rami
ti sarò parsa una silvestre fata
di quei freschi ciclami incoronata!

Ed era, ben ricordo, era il tramonto;
veniva su dai prati
l'alito sano dei timi falciati,
la fragranza che vince ogni confronto;
ed era, ben ricordo, era il tramonto!

Ma finì quella dolce primavera.
Ti rividi soltanto
l'inverno, in un salotto, ed eri tanto
diverso, Dio! nell'abito da sera,
coi solini alti e la cravatta nera!

Io ripensai quei giorni spensierati
e le campestri danze,
quei sogni, quel desìo, quelle speranze
di due giovani cori innamorati,
e ripensai quei giorni spensierati!

0 fresco aprile, o sano odor di timo!
Ridir t'udii, tra i crocchi, una volgare
celia; ti vidi, ignobile giullare,
di que' tuoi lazzi rider tu pel primo.
0 fresco aprile, o sano odor di timo!

Tu, nuove arguzie rimestando in mente
di me non t'eri accorto.
Io tremai come se vedessi un morto,
un caro morto amato inutilmente,
tra quella folla gaia e indifferente.

Sul cor mi cadde, come un velo fosco,
un súbito sgomento.
E a chi di te mi chiese in quel momento
io rispondere osai : - Non lo conosco! -
Sul cor mi cadde come un velo fosco.

solino: colletto staccato di camicia da uomo

La porta di bronzo

 

Un uomo batte ad un'antica porta
di bronzo, ma nessuno ode. La Luna
appena mette una scintilla smorta
sulle sfingi dei fregi e sulla bruna
man di colui che batte a quella porta;
non s'ode voce né risposta alcuna.
Sola l'eco dai cupi anditi porta
il rimbombo dei colpi alla soggetta
palude, intorno alla campagna morta,
dove luccica a gore la costretta
acqua livida e trema la ritorta
vetrice alla pestifera belletta.
Non trillo d'alati ospiti conforta
quel deserto, né strige a quelle in vetta
nere torri giammai la Luna ha scorta.
Chi sa da quanto il pellegrino aspetta?
Chi sa da quanto batte a quella porta
cinto dalla maremma maledetta?

vétrice: salice da vimini
belletta: melma, fanghiglia
strige: gufo, rapace notturno

Gli stornelli del maestro

 

Bel cavaliero,
lascia le vie traverse e che l'andare
sia pur lento, ma sia dritto il sentiero;

e in mente impresso
tieni, che i fior sull'orlo degli abissi
van guardati da lunge e non da presso.

Anche rimembra
questo: se trovi una capanna e un'ombra,
non chieder altro per le stanche membra;

e se in quell'ore
trovi la pace dentro il casolare,
non chieder altro pel tuo folle cuore.

Gli stornelli del poeta

 

Saggio maestro,
per rocce e forre, al sole e sotto gli astri,
io col volere le mie forze addestro;

né il piede ho avvezzo
alle rupi ove saltan le camozze
per sostare asolando al primo rezzo.

Predica agli egri
di coglier con la man tremula e magra
sol dell'aiuole i boccioletti integri;

tu certo ignori
che sui baratri e non per i sentieri
facili de la valle io cerco i fiori.

Non la segreta
pace dei casolari e non l'ingrato
ozio, ma il rischio e i turbini il poeta

ama; né sgombra
cerca la via di sassi e rovi; ha membra
di combattente, e per seguire un'ombra,

per inseguire
un sogno, un'orma, un suon che lo innamora,
affrontare egli sa gli scherni e l'ire

del volgo, i roghi
divampanti, le ingorde ugne dei draghi,
e fin l'etica vostra, o pedagoghi!

camozza: femmina del camoscio
asolare: alitare, spirare, rinfrescarsi
rezzo: soffio d'aria
egro: infermo, debole

Magìe lunari

 

Fosche rupi, dal tempo incise e rotte
tragicamente, intorno a una fanghiglia
d'acque morte, sogguardan nella notte
sorger la luminosa meraviglia

che scenderà tra poco alta sui gioghi.
Guardan, sentendo attingerle il portento
che muterà le vette orride in roghi
sacri, e gli stagni in puri occhi d'argento.

Passeggiata francescana

(a Jeanne Barrère)


Santo Francesco, un triste parmi udire
fischiar di serpi sotto gli arboscelli.
"Io non odo che il placido stormire
della pineta e l'inno degli uccelli".
Santo Francesco, vien per la silvestre
via, dallo stagno, un alito che pute.
"Io sento odor di timo e di ginestre;
io bevo aria di gioia e di salute".
Santo Francesco, qui si affonda, e ormai
vien la sera e siam lunge da le celle.
"Leva gli occhi dal fango, uomo, e vedrai
fiorire nei celesti orti le stelle".

Io me ne andrò nella notte

 

Io me ne andrò nella notte
quando saranno già tutti
sopiti; andrò per l'aperta
campagna, sotto le stelle,
ed esse udranno la voce,
la nota voce di giorni
altri e lontani; per esse
ritroverò le parole
obliate, e l'obliato
fremito, e l'impeto e il foco
di giovinezza.
In silenzio
m'ascolteranno, siccome
m'ascoltavano al tempo
andato, né del mio volto
vedranno il pallore. Tutto,
tutto, sarà come allora
per esse. Dentro la mia
anima, che avverrà mai?

La bella bimba dai capelli neri


La bella bimba dai capelli neri
è là sul prato e parla e gioca al sole.
Io so quei giochi e so quelle parole;
rido quel riso e penso quei pensieri.
Son io la bimba dai capelli neri.

Ed anche io vedo una fanciulla bruna,
gli occhi sognanti al ciel notturno fisi.
Quante chimere e quanti paradisi
negli occhi suoi! Te li rammenti, o Luna,
gli occhi febei della fanciulla bruna?

Ora è stanca; la penna ecco depose.
e la man preme su le ciglia nere.
Di quanti sogni e quante primavere
vide sfiorir le immacolate rose?
Ora è stanca; la penna ecco depose.

E’ nel mio sogno...

 

E’ nel mio sogno un prato tutto verde

solitario, tra due

spalle di monte, e l’erba trema al soffio

dell’ombra.

Di là, nel sole, cantano,

ma il canto va lontano e poi si perde.

Più solitario resta

e più silenzioso,

nel mio sogno, quel prato tutto verde.

Finalmente

 

Dunque domani! il bosco esulta al mite

sole. Ho da dirvi tante cose, tante

cose! Vi condurrò sotto le piante

alte, con me; solo con me! Venite!

 

Forse...-chi sa? non vi potrò parlare

subito. Forse, finalmente sola

con voi, cercherò invano una parola.

Ebbene! Noi staremo ad ascoltare.

 

Staremo ad ascoltare i mormoranti

rami, nello spavento dell'ebbrezza;

senza uno sguardo, senza una carezza.

Pallidi in volto come agonizzanti.

 

Domani!

 

"Domani!" Che avverrà domani? Quale
miracolo potrebbe una speranza
risuscitare? Potrà mai la terra
fendersi e scoperchiarsi un'inchiodata
bara, e di nuovo accendersi due spenti
occhi, e una bocca suggellata ancora
aprirsi alle parole? Quelle rigide
mani, potranno mai come una volta
le mie stringere ancora?
Ecco, domani
io questo penserò, come oggi ieri
e sempre. Così i
giorni, i mesi e gli anni
passeranno e dovrò, placida in volto

attendere ai doveri, ai modi, agli usi
della vita; sorridere ai
cortesi
motti, pensare alle mie vesti, e dire
parole... Sono tutte
eguali ormai
l'ore per me, solo la notte è forse
più tormentosa. Io
penso i riposanti
profondi sonni i lunghi
oblìi di quelli
abbandonati sonni.

 

Dal Frontone

(Passeggiata suburbana di Perugia)
 
Come un titanico rostro
Di nave, che stia sugli ormeggi
Immersa in un mare di luce,

l'aereo poggio, cui fiero
il Grifo sull'arco incorona
tra l'ilici antiche, protende

la curva, incontro alla libera
vallata; ai declivi, alle selve
flici, che abbraccia il fecondo

Tevere. Lieto il Subasio
Laggiù par vapori nel cielo
Un lume roseo d'incenso,

e regalmente s'adagia
sul piano. In grembo gli splende
Assisi, nell'ultimo sole.

Passan le rondini, e in alto
E intorno diffondon clamori
Di gioia: Perugia sorride

Erta di là sulla cima
Del colle. Gode la mite ora
E scorda le lotte fraterne

D'età lontane. Un riposo
Diresti la tenga, il diletto
Dell'estasi, come se un novo

Vero improvviso si sveli
A lei. Non è questo il tesoro,
il vivo dominio, l'impero

forte? Non suo, non sommesso
a lei, questo gran paradiso
dell'umbro orizzonte, che a cerchio

le si apre a' piedi, magnifico,
mutevole sempre? Ecco: in numeri
come onde turchine, si affollano

in basso i colli, che un avido
desìo par sospingere i ngara
a un segno lontano (oltre i gioghi

è il Trasimeno); ecco i glauchi
olivi, alti frassini, e boschi
di roveri neri sul cielo

 
Qua le muraglie allacciate
Dall'edera - etrusche parole
Di silice, fascinatici

E solenni come tombe
Di cui più non leggasi il nome;
e là i paesi e le sparse
ville, che in infule d'oro
ricinge il tramonto; e le torri,
e i bei campanili, e, su tutti

trionfale, il tuo San Pietro.
Io muta qui siedo; e nell'aria
Serena del vespero, fremere

Sento come una segreta
Rampogna: - Che vuole la Terra?
Che vogliono gli uomini? Quale

Febbre li accende? Qual sete
Di stolte conquiste, di effimeri
Dominii? All'anima, agli occhi,

questo prodigio del mondo
non vale? O nel pugno costretto
vogliono il raggio, il baleno,

e la malìa delle selve,
del mare? - O soave Francesco,
non molti fiori la sementa

eletta diede! Non molto
tallire di spiche, a la tua
speranza ripose! Ti esaltano

tutti e san l'odio; i poemi
dell'anima tua, con le labbra
(con l'anima no!) ripetendo

vanno, e contendonsi a rabbia
gli onori, il fasto, il male. Agli egri
non balsami danno! Agli afflitti

non dan conforto! Agli ignari
non luce! Ti esaltano: e all'oro
van tutte le brame; o, larvate

con nomi augusti, con nomi
sacri: la Patria; il Vero; l'Arte,
o, a viso scoperto, beffarde

e immonde Menadi, un solo
iddio proclamando: il Piacere!
Ma tu, mia Perugia, sorridi

Come sicura, in attesa
D'un alba promessa. Una nova
Alba vedremo? Un sovrumano

Fiotto d'amore pel mondo
Irromperà, fervido e forte
Siccome un giorno da lo spirito

Del tuo santo? O sarà sempre
Invano? E i bei colli innocenti,
i boschi, le valli, l'azzurro,

le sere dolci, le notti
stellate, a noi, sempre, e pur sempre
invano, offriranno la pace?

XX giugno 1909

(pel cinquantesimo anniversario delle stragi di Perugia)
 
Per tutto quanto ancor suscita e crea
D'immacolato e dà costanza e ardire;
per tutti i santi sdegni e le sante ire
che ci dona, divine armi, l'Idea;

per la sua chiara lampada che reca
alta sul volgo (il gracidante coro
ignoto a lei; più ignota ella a costoro
dai ciechi occhi e dall'anima più cieca);

per tutto il sangue dato alla nemica
gente di questa unica terra, questa
nostra Italia, che un dì scinta la vesta
e sanguinante il petto, egra e mendica

sen giva, i polsi di catene stretti;
per la sua fronte ch'oggi è redimita
d'una sovranità che a voi la vita
costò, fratelli, siate benedetti.
 

Castel di Zocco


La barca mi portò fra le alte canne
Verdi, presso le mura ammantellate
D'edera, cui piovea sogni l'intenta
Luna. Io sentii levarsi ai primi passi
Il fresco odor del Timo e della Menta
Già dell'approdo tra le mura e i sassi.

Pini rigidi e rari come scolte
Di là s'ergeano; qua dell'erta in cima
L'adito, che s'apponea fiero ai certami
Ferree porte, or vaneggia. Andavan lente,
alla brezza del lago, ombre di rami
penduli, giù dal rude arco possente.

Una voce mi giunse non mai prima
Udita: - Alfine torni! (alcun non era
Da canto a me per la romita riva).
Torni, e ben altra che non fossi allora;
ma nell'anima avrai serbata viva
la rimembranza della tua dimora

e del tuo maggio e del tuo grande amore!-
Tra sospetto e timor pensai tacendo:
sono io ben desta? E qual se in chiari accenti
io proferito avessi le parole,
replicare m'udii: - Non ti rammenti
nemmen quel giorno di gioia e di sole

che al tuo venir squillaron sugli spalti
i cenni, e il falco azzurro sventolò
lassù, del mastio sulla vetta estrema
agli osanna esultavano i tuoi baldi
occhi, fulgendo più del diadema
che avevi in fronte d'oro e di smeraldi.

Non ti ricordi? Non ti ricordi i fiori
Qui sparsi, e il paggio che reggea la lunga
Tua veste di broccato, e gli scudieri,
e l'alabarde a questa porta vana?
Ben riconosco i tuoi capelli neri
E il tuo piccolo piede, o castellana!-

 
Dalla barca mi giunse il suo richiamo,
quello dell'amor mio, l'amor mio vero,
la viva realtà cara e vicina,
e tosto ogni altra immagine disparve.
Più mi sentii superba e più regina
Che tra i clamor delle svanite larve;
più mi sembrò la notte luminosa
d'un sol di maggio e di trionfo, e pieno
d'evviva e d'inni gloriosi il vento.
Ridean nel plenilunio sereno
L'isole, e il Lago pareva d'argento,
il mio selvaggio e dolce Trasimeno.

Io certo scesi, come incoronata
D'albore, incontro alla diletta voce
Che il mio uomo dicea. Le rive intorno
Quella parola ripetean gioconda,
quella parola ch'egli stesso un giorno
gridò suldominato alveo dell'onda.

Levai gli occhi al miracolo del cielo,
e ripensai:- Chi sa? Tutto è prodigio!
Della luce talor sono i viaggi
Smisurati così, che al ciglio assorto
Forse giungono adesso orfani raggi
D'un remoto astro da mille anni morto.-

Trasimeno

 

Il dolce ricordo si perde
Nel sogno. Ecco siede la scorta
A poppa, e la barca mi porta
Incontro ad un'isola verde

Che attira con taciti inviti
Di pace ai suoi ceruli seni.
Intorno i bei colli sereni
D'ulivi e di querci vestiti.

Rivedo il raggiare supremo
Del giorno sui clivi pensosi;
risento gli effluvi odorosi
dell'acqua percossa dal remo,

e assorta nel languido moto
dell'onde, pur m'agita un vago
ricordo: "Non io questo lago
già vidi in un tempo remoto?

Non io già sentii questa ebrezza
Del cuore ammirante? non era
Il vespro e ridea primavera
Su questa sovrana bellezza

Come oggi?" Non mai paradisi
Più limpidi il sogno mi apriva.
Chi passa laggiù sulla riva?
È l'ombra del Santo di Assisi?

È l'ombra d'Aroldo? Ai quieti
Sentieri, gli spiriti erranti
Ritornano ancora dei santi,
ritornano ancor dei poeti?

E tu che alla torbida fama
D'Annibale il danno perdoni,
superbo dell'alte legioni
che te vendicarono a Zama,

o Lago, onde florida sale
l'opima dei colli ghirlanda,
in calva e pestifera landa
converso, una gente venale

e cieca t'avrebbe, se un forte
soldato del bene, per lenti
lunghi anni votato ai cimenti
che serba ai tenaci la sorte,

con l'alacri forze indefesse
che amore nell'anima induce
dei grandi, egli apostolo e duce
lottato per te non avesse.

 
A lui ben l'Aprile, sull'ale
Fragranti, recava la pace,
la gioia; ma in alto, all'audace
tenzon lo traea l'ideale;

né mai sulla fulgida traccia
pugnando che ai vertici mena,
toccò del ginocchio l'arena
o torse ai perigli la faccia.

Tu d'ozii sdraiata in tranquilla
Vaghezza, o degenere prole,
nel fango di cupide scuole
affoghi l'eterna scintilla.

Ma un dì se vedrai questa chiara
Beltà d'orizzonti, che il fiato
Di pallida Erinni esecrato
Or più non contamina, impara

Come apran gli spiriti alati
Del gregge le carceri oscure,
e solo temprandosi a dure
vigilie si domino i fati.

Non più sotto gli archi vetusti
Obliqua la via si nasconde
Al palpito pigro dell'onde
Costrette entro gli aditi angusti;

ma via tra le dighe sonore
del Tevere Padre all'amplesso
va il flutto, coll'impeto istesso
che vibra da un giovane cuore.

Dove anzi impregnavan le vive
Sue brezze i palustri veleni,
la zappa giocondi baleni
invia dalle uberrime rive;

e dentro le povere stanze,
già tetre di squallido stento,
oggi entra col sole e col vento
un coro d'allegre speranze.

Così dalla cener sopita
Dei giorni sepolti, talora
Un lume improvviso d'aurora
Raccende il fervor della vita.

Non meste io ti volsi parole,
o Lago, in quel vespro di maggio?…
Or rotto ai miei cigli arde un raggio,
e dentro al mio spirito il sole.

Novembre 1901.
 

Le ire del Lago


Dall'onda, specchio d'elci e d'uliveti
Che li ricinge, ripiegando in molli
Giri pei seni, i perugini colli
Salgono incontro al sogno dei poeti.

Talor quel flutto esercita i quieti
Porti, con improvvisi impeti folli,
quasi dall'imo alveo rampolli
una furia d'antichi odi segreti.

Laggiù, del nembo tra l'aerea mole
Ecco l'orde barbariche! e alla brama
Vindice, il Lago insorge, emulo al mare.

Ma van le nebbie, e al balenar del sole
Che vide le romane aquile a Zama,
d'Annibale la fosca ombra scompare.

Dopo la pioggia


Le nubi ripiegano l'ale
Al fresco alita di Levante;
sottili tra l'erbe e le piante
oscillano ponti d'opale.

Laggiù non più livido e fosco
Color di melmose maremme,
ma fra le radure del bosco
il lago sfavilla di gemme.

Risorgi, o mio spirito; imita
Il fior delle roride aiuole
Già prono dal nembo. La vita
È bella; v'è ancora del sole!
 

Orgoglio

 

A lui ridiceva quell’ultimo
sguardo: «Perché non credi?»
perché mentirei? tutta l’anima
in questi occhi non vedi?

Rimani! non far ch’io difendermi
debba alle stolte accuse!»
Così le pupille pregavano,
ma il labbro non si schiuse.